#IoSonoSempreRestatoACasa
(Esperienza della quarantena)

Ho sempre amato restarmene a casa. Specialmente nelle sere d’inverno, e non soltanto per fare Teatro Da Camera, ma anche solo per rannicchiarmi sulla poltrona, magari accanto ad un camino acceso, in compagnia di un buon libro o di un bel film… Ma sempre per mia scelta, non per un’ordinanza ministeriale; in quest’ultimo caso, infatti, cambia tutto: ogni libro o film del pianeta fa schifo, e gli occhi s’incrociano dal sonno mentre lo leggono o lo guardano: non c’è amore se non c’è libertà, è questo il punto.
Mai mi sarei immaginato di vivere questa quarantena, questa quotidianità disossata e a dir poco grottesca, questo cacatoio domiciliare. Eppure l’ho vissuto insieme a mezzo mondo; e ogni santo giorno mi sono risvegliato da un brutto sogno, solo per scoprire di vivere l’incubo che stavo sognando… L’incubo di guardare mia moglie negli occhi e non avere più niente da dirle; l’incubo di ammutolire del tutto per la morte dell’anima, per la mia interiorità dissolta… Sì, perché il silenzio e la concentrazione fanno bene, questo è vero, così come fanno bene la solitudine e la meditazione (sull’irreparabile? Su come restare vivi?), ma niente di tutto questo è reale, quando non c’è più una società che ti aspetta a braccia aperte per arricchirsi di ciò che hai da offrirle, che si tratti del mondo intero o di quattro amici al bar… Mi si dirà che ci sono infinite piattaforme tecnologiche per ovviare al vuoto relazionale creato dalla pandemia: beh, sarò all’antica, ma per quanto sia divertente e socialmente utile una vita da ologramma, per un uomo di teatro come me il live è e sarà sempre tutto. Proprio così: TUTTO. Anche se mi adattassi bene alle varie dimensioni cine-web-televisive, infatti, rimarrei sempre un vampiro di lungo corso, assetato di quel buon sangue che è una performance dal vivo: una vera e propria orgia dello spirito: questione di cuore, di respiro, emissioni, profumi, sudore, sputo, elettricità e fantasmi, umori e pallori… Insomma, questione di presenza. Applausi di carne: quanto mi mancherete!!!
In questo periodo di segregazione da suicida vivente, ho pensato più volte a Kafka. Ogni mattina, m’alzavo dal letto a mezzogiorno e mi sentivo uno scarafaggio… Ad un certo punto mi son detto: che sia questa la nostra missione? Ma certo, è ora di capire perché esistiamo: trasformarci. Dallo scarafaggio, ritornare pian piano all’uomo… Sì, ma come?!? Combattendo il Coronavirus? E che cos’è davvero questo cosiddetto nemico invisibile? E da dove proviene veramente? Tante le domande e altrettante le risposte…
C’è chi dice che sia un virus creato in laboratorio direttamente dall’INPS, per non pagare più la pensione agli anziani, e c’è chi dice che arriverà un momento in cui sarà per sempre carnevale (metteremo le mascherine in eterno); gli apocalittici invece, credono che la pandemia sia una punizione divina e che Dio abbia solo messo un’ora avanti l’orologio del Giudizio; gl’igienisti, dal canto loro, starebbero lavorando duro a dei preservativi giganti da indossare come soprabito ad ogni futura serata fuori; mentre i positivisti dicono che, in verità, ora si sta meglio di prima, dato che senza virus, già da troppo tempo eravamo malati di salute… C’è chi ormai parla solo con l’iphone, e chi fa sesso esclusivamente col telecomando (addio all’amore?). E in tutto questo inenarrabile casino, c’è addirittura chi m’ha preso per il Coronavirus in persona… Ah, dimenticavo: c’è pure chi dice che abbiamo il dovere di sperare, e che soprattutto noi artisti, in questi casi, siamo tenuti a dare conforto alla gente… Beh, in uno stato di polizia, mi pare che il ragionamento non faccia una piega! Nel frattempo, speriamo almeno di riprenderci dalla sindrome da bancomat di questi strani giorni: il complesso psicologico per cui tutti controllano tutti con la coda dell’occhio, accertandosi della debita distanza, proprio come quando preleviamo allo sportello automatico…
E i lati positivi della quarantena? Beh, al di là del contenimento del contagio (speriamo bene) e dell’abbassamento di ogni tipo d’inquinamento (un miracolo), ho passato molto più tempo con la mia famiglia (e per la prima volta senza ricevere visite indesiderate). In più, non ho mai amato così tanto gl’ipermercati (né la conseguente metafora sociale degli zombie di Romero)…
Ma prima che il mondo finisca o divenga l’ennesima setta di benpensanti forcaioli o peggio, si riorganizzi in una corporation di burosauri con ibernazione automatica, vi prego, lasciatemi raccontare il mio sogno ricorrente di galeotto: le ali della mia libertà hanno perso le piume, questo sì, ma volano ancora.
E’ notte fonda, quando sorvolo tutta la verde periferia: il fiume nero, l’autostrada deserta, i tetti piatti dei grandi casermoni… Non c’è la minima traccia umana, la vegetazione regna ormai indisturbata, totale… Proseguo il volo, seppur con la paura di cadere da un momento all’altro, e la mia visione è nitida e perfetta come quella di un drone. Ora mi sento davvero un equilibrista che può credere soltanto nel suo filo. Mentre plano, noto che alcuni cartelloni pubblicitari sono stati tirati giù dal vento…
Sono dentro una libreria adesso. Si presenta immensa e moderna, ma al tempo stesso intima e raccolta… I libri, innumerevoli e bellissimi, mi guardano, sembrano felici di rivedermi. Io anche di più, tanto che gli occhi si rifiutano di chiudersi (la libreria rappresenterebbe l’Europa della cultura e dei caffè, m’ha suggerito l’analista). Insomma, è un posto fantastico. Ma allora perché non c’è nessuno? Eh? Perché non c’è un cazzo di nessuno?!? AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!
Un urlo sottile come la lama di un bisturi attraversa l’intero perimetro della mia testa, svegliandomi. Ho paura d’aver spaventato mia moglie e mio figlio, ma vedo che dormono alla grande, meno male. Mi rimetto giù, e cerco d’addormentarmi anch’io, mentre fuori sento vorticare delle foglie sul balcone, e un violento movimento d’aria ulula al posto mio quel grido sepolto nell’ inconscio… Per un attimo penso fiducioso che comunque ne usciremo. Ma poi mi tornano alla mente le tante, tantissime bare che ho visto in tv, le vittime di tutto il globo, l’orrore che quest’odissea nello strazio ha generato in tutte le sue mille forme… E dico basta. Non so quando ci rialzeremo, ma certo ci rialzeremo. E a quel punto ci verrà naturale rimettere in piedi un mondo diverso: la nostra vita sarà contemplativa (cioè attiva in senso spirituale) o semplicemente non sarà. Ciò vale a dire: facciamo Anima: siamo tutt’uno con la nostra Ombra, come direbbe Hillman. E’ l’ultima chiamata per la sopravvivenza, non altro… In questo terribile viaggio al termine del sistema che stiamo facendo un po’ tutti, infatti, la vera posta in gioco non è il dominio di questa o di quell’ideologia, di questa o di quella religione, di questa o di quella nazione: in gioco c’è solo l’umanità. E stavolta in tutti i sensi… E allora nessuno si senta offeso, se il virus io lo chiamo cannibalismo economico: qualcosa di cui siamo sempre prima complici e poi vittime. Puntualmente e inesorabilmente…

Buonanotte figlio mio
che tu sia il mondo nuovo
quel mondo che nel fondo di me stesso ho forse sempre sognato
un mondo in cui nessuno ha più paura di un abbraccio
e la vita non è soltanto il contrario della morte.

FRANCESCO TESTI

P.S.

Un grazie speciale a Marco Castrichella per avermi aperto gli occhi su tante cose, insieme a Bunuel e Polanski, Carpenter e Cronenberg, Lynch e Tarkovskij… E tutta la sua Hollywood.

 

 

IL MIO PRIMO VINCOLO

In una società in decomposizione come la nostra, l’idea stessa di fare un figlio è un azzardo, lo ammetto. Senza contare il fatto che, personalmente, per anni ho creduto che fossimo soltanto edifici (teatri?) destinati alla demolizione, e che quindi non fosse auspicabile per nessuno ingrossare le fila dei condannati a morte… Guarda che non esagero: guardavo una donna che mi parlava di metter su famiglia con occhi sognanti e dentro di me recitavo la poesia di Larkin: “Vattene prima che puoi, e non avere figli tuoi…” Oppure vedevo un neonato come te e dicevo: “Eccoti qua, sei caduto nel tempo pure tu, benvenuto nella disgrazia d’esser nato!”
Pensieri terribili, lo so. Ma erano i miei, finché non sei arrivato tu.
Oggi come oggi, invece, ripenso a tutte quelle volte che ho fatto l’amore senza mettere al mondo una vita e grido: “Quanto sperma buttato!!!” Finora ero un produttore che non voleva dare soldi, quando un produttore a questo serve: a dare soldi. Finora ero una persona che voleva abolire i film horror perché le incutevano paura, quando un film horror questo deve fare: paura. Finora ero convinto che l’occhio di Dio fosse un concetto astruso e sofisticato, quando invece era solo la passerina… Ma non divaghiamo troppo: sono al settimo cielo! Sì, che nessuno mi rompa le palle per il mio linguaggio, perché a dir il vero non me n’è mai fregato niente del cosiddetto politically correct (devi sapere che fui uno dei primi a introdurre dei porno negli ospedali, tanto per dirne una). Che nessuno mi rompa le palle, dicevo, perché ormai ho vinto: grazie a te so qual è il codice dell’anima: grazie a te so cosa vuol dire avere un vincolo genetico. E quel vincolo sei tu, amore mio.
Vederti nascere è stato come ridere in faccia alla morte…
Sei tu la mia infanzia perduta.
Sei tu il figlio del secolo.
Forse del millennio…
Caro mio, sei figlio d’un artista che tu lo voglia o meno. Per ogni domanda che presuppone una risposta razionale o anche soltanto ragionevole, chiedi alla mamma. Noi artisti abbiamo capito da tanto che la paternità è un concetto che si spalma su tutte le nostre opere… Ci sono tanti modi, insomma, di essere generativi, questo un artista lo sa per forza di cose, ecco. Così come sa per primo che ognuno è tutti… Ma sta a te, adesso, insegnarmi l’arte di vivere! L’arte delle arti, ora lo riconosco anch’io. Ed è una vera capitolazione, fidati, per uno come me… Perché? Beh, questo te lo dirò solo in punto di morte, figliolo. Sappi però che prima di te dicevo: gli amici sono i parenti che ci siamo scelti (mettendola allegramente in culo a tutti i legami di sangue)… Ora so che è un po’ più complicato di così. E meno male.
Figlio mio, per te so che la vita è bella anche se fa schifo, e che dobbiamo impegnarci a continuare la specie, NONOSTANTE TUTTO.
Non voglio più rintanarmi in casa per disgusto del mondo, capisci? Al massimo per disgusto di me stesso… Mi spiego: tempo fa, ho partecipato ad una prestigiosa scuola di scrittura, e ho mentito spudoratamente a tutti, docenti e discenti, dicendo che la mia professione era il portiere, all’interno del mio stesso condominio! Perché l’ho fatto? Potevo benissimo dire di essere un poeta, un attore, un drammaturgo… Ho preferito nascondermi e guardare tutti dallo spioncino, convincendomi che l’unica cosa che volevo da quell’esperienza, era solo un po’ di compagnia, nient’altro…
Oggi non lo rifarei, ecco.
Da quando sei nato, ho passato il periodo più commovente e angosciante della mia vita… Ritornare con te nella mia casa d’infanzia; vedere mia madre trasformarsi in un lampo nella nonna più dolce dell’universo; farti conoscere Arezzo e via Tortaia coi suoi abitanti (giganti buoni); osservare in penombra mia moglie che ti allatta e intuirne tutta la  bellezza di Madreterna; farti fare un giro nel parco della mia vita interiore, insomma, è stato come chiudere un cerchio, sapendo al tempo stesso di aprirlo all’infinito come una spirale… Ho cicatrizzato tante ferite, forse più di quante io stesso possa immaginare… Ho vissuto talmente tante emozioni che a un certo punto il cuore non ha retto, e mi ha chiesto di riposare un poco. E la Toscana, terra di grandi bestemmiatori, per alcuni versi è il posto più riposante che ci sia…
Questa era la parte commovente. Per quella angosciante, devo confessarti che, purtroppo, il ritorno di alcuni parenti americani ha rovinato l’idillio. Merdosi insolenti e grassoni nell’anima, furbi arroganti e cattotalebani, peracottari arricchiti, scorregge in 3D, sono entrati in casa mia scavalcandomi come bifolchi, e mi hanno cagato in testa, pensando pure di farla franca: nella loro pochezza da parvenu, nella loro completa assenza di pensiero astratto (quindi di pensiero) non potevano lontanamente sospettare che l’unica libertà dello spirito, risiede proprio nella sublimazione dell’Io…
Prima gli italiani, dicono. Prima gli umani, dico.
Non te la prendere Giorgino, tu non c’entri niente sai. Il problema è che quei parenti sono anche tuoi… Ma chi lo sa, magari grazie a te cambieranno! Io purtroppo sono un po’ compromesso: la mia orfanità e il brutto rapporto con mio padre, in qualche modo hanno sempre buttato all’aria tutte le mie relazioni familiari. Se poi do ascolto a chi dice che l’artista non ha famiglia, allora sì che sto fresco… Per questo motivo preferisco ascoltare il mio beniamino di sempre, il mio peluche preferito: in un’intervista, Luca Carboni dice che per Dalla l’orfano era il più fortunato degli uomini, perché la vita lo portava automaticamente ad essere se stesso: speciale, unico… Beh, sai che ti dico, questa frase me la voglio tenere stretta. Non per vantarmi di non aver mai conosciuto i miei genitori biologici, questo no. Solo per legittima difesa. Per tutte le volte che qualche lontano parente avrà di nuovo voglia di darmi del bastardo, tanto per capirci…
Ma ora basta con le amarezze e i rancori, veleni di oggi e di ieri. Tu sei bello come il sole, bimbo mio, e sono sicuro che illuminerai tutta questa merda, facendone distese di fiori di lavanda…
Sai, non vedo l’ora di farti conoscere tuo fratello: il Teatro Da Camera. La stanza da fuoriclasse dove gioco a scacchi con la mia vecchiaia, perdendo sempre… E Roma, ovviamente. E tutt’Italia. Il mondo intero. E magari oltre…
Ti dirò, stai per addentrarti in un Paese dov’è fallita l’idea stessa di democrazia, non essendo mai diventata un sentimento. Un Paese in cui si profila l’estinzione di ogni intelletto, visto che il tasso d’isteria di massa è ormai alle stelle (mi hanno chiamato razzista solo perché ho detto che Mahmood mi ricordava un omosessuale egiziano che faceva il direttore di banca a Narni!). Ma tu non temere, questo è soltanto il nostro mondo, un mondo decrepito e da rottamare, come dicevo all’inizio. Il tuo invece è ancora nuovo di zecca. Se ti va, portami con te a fare un giro tra le cose da salvare…
Per parte mia, io farò in modo che la tua permanenza nella grande famiglia che è l’umanità, sia più simile al meraviglioso carrozzone di una compagnia teatrale, piuttosto che a “Festen”, l’indimenticabile capolavoro di Thomas Vinterberg…

Te lo giuro davanti a tutti.

(FRANCESCO TESTI)

 UNA VITA DI POESIA

Quante volte mi hanno chiesto se scrivere poesie sia solo il modo più sicuro di fare colpo sulle ragazze, di dare scacco matto al loro cuore… Niente di tutto questo. Non è così, non per me almeno. Non che non sia successo, eh, intendiamoci: coi miei versi, ho conquistato tante donne (e anche tanti uomini!), tante quante ne avrò disgustate di sicuro! Difatti, in poesia è impossibile mentire, al massimo si dissimula… E chi ha visto nei miei componimenti delle vere e proprie opere d’arte, beh, mi avrà certamente incoraggiato ad essere me stesso, ed io gliene sarò grato, sì, gliene sarò grato per tutta la vita…

Ma non era questo il punto. No, il punto era un altro, accidenti a me… Dio Cristo, cosa cazzo volevo dire?! Ah, sì: non si gioca con la poesia. Chi gioca con la poesia, quella vera, scherza col fuoco, infatti. Perché la poesia è qualcosa di magico. Ma non così, per modo di dire, di magico sul serio: la poesia sommuove cose più grandi di noi… Un esempio: può capitare di scrivere una poesia così, solo per gioco, per il gusto di farsi belli davanti a una fanciulla, e ritrovarsi più innamorati di lei l’attimo dopo averla scritta!!! Prigionieri, capite, prigionieri della nostra stessa rete… Non c’è niente da fare: la poesia è una foglia che cade senza mai toccare terra.

Una donna accanto a me, al tavolino del bar, mi intima molto carinamente di smettere di fumare… E’ vero che si può (siamo all’aperto), ma a lei l’odore del fumo fa venire la nausea, così dice. Riluttante, acconsento, non so neanch’io perché… E così, passo tutto quanto il tempo del mio caffè, da una parte a leggere il giornale, e dall’altra a pensare di mandarla a fare in culo, riaccendendo in tutta tranquillità il mio sigaro… Non lo faccio, no, non so bene perché, ma non lo faccio. Alla fine dei salmi, questa donna mi si avvicina, sì, viene da me al tavolo, e mi ringrazia. Ma mi ringrazia con tutta la dolcezza del mondo, con tutta la dolcezza di cui è capace il suo spirito, soltanto per quella piccola, minuscola cortesia… Anche questo è poesia!!! Direte: poesia come pazienza, allora? Poesia come gentilezza? Poesia come donna?
Forse. Voglio dire, sono tutte interpretazioni valide. Ma a me piace pensare che la poesia sia quel momento eterno, in cui la vita ti si mostra come un sogno estatico, alla fine del quale ti resta solo l’idea di un’infinita consapevolezza: niente e nessuno è senza macchia, niente e nessuno è solo un mostro.
L’armonia degli opposti, dunque.
Ma mi raccomando, eh: con amore.

Ora che ho 38 anni e sto quasi per diventare papà, mi viene facile ricordarlo…
FRANCESCO TESTI

 

CHIAMATELO CARPENTER

Quando ho saputo che il mio regista preferito ha ricevuto il premio alla carriera dal festival del cinema più importante del mondo (lo scorso Cannes), mi sono emozionato come se l’avessi vinto io.
Per tutta la vita infatti, ho sempre creduto che Carpenter fosse sottovalutato, se non addirittura bistrattato dalla critica ufficiale. Magari trionfava al botteghino, ma (forse proprio per questo?) i critici “di serie A” lo stroncavano o peggio, lo ignoravano completamente. La sua indistruttibile vocazione per il cinema di genere (una specie di Disneyland alla rovescia) lo ha relegato per troppo tempo nella categoria delle mezze calzette (alla voce CINEMA D’AUTORE, chissà perché, il suo nome c’è e non c’è: dipende dal periodo)…
Ma andiamo per gradi.
Ero piccolo quando m’innamorai del suo universo, universo in senso letterale. Vidi “Halloween”, che ancora oggi considero il più grande film della storia del cinema horror, e subito lo andai a cercare in VHS, per poterlo rivedere centinaia di volte: mai, non avevo mai trovato in un film tutta quella suspense, quel senso catartico della tragedia incombente, né avevo sentito una musica tanto ipnotica, senza parlare dei monologhi epici di quell’attore gigantesco, che arrivava sul set di Carpenter dopo aver appena recitato con Pinter a teatro: sto parlando di Donald Pleasence. Insomma, “Halloween” divenne in un attimo il mio film prediletto. D’altronde, ce n’era solo un altro capace d’inchiodarmi alla poltrona e costringermi a rivederlo innumerevoli volte, ma si trattava di un film completamente diverso, un misto d’azione, umorismo e fantasia: “Grosso guaio a Chinatown”. Sì, “Halloween” e “Grosso guaio” sono i due film che hanno segnato tutta la mia adolescenza. Solo che, mentre li guardavo estasiato, io neanche sapevo chi fosse John Carpenter! Proprio così, ero già grandicello, infatti, quando mia madre lavava i piatti ed io ero lì con lei in cucina, a sfogliare la guida tv: quella settimana davano una maratona di film di Carpenter, e grazie a quel giornaletto, scoprivo in quel momento che i miei  due film preferiti in assoluto, avevano lo stesso papà!!! Fu come uno shock. Peggio: fu come quando capisci di esserti innamorato: ormai è tardi, la frittata è fatta. Carpenter era senz’ombra di dubbio il mio regista. Quello che avrei seguito passo passo, quello per cui avrei aspettato con ansia l’uscita del prossimo film, quello che avrebbe rappresentato sullo schermo tutte le mie angosce e le mie pulsioni, i miei sogni rimossi e i miei incubi diurni… Il mio Lovecraft di celluloide.
Certo, a 37 anni lo vedo con occhi diversi: non lo idealizzo più. Insomma, oggi so ammettere tranquillamente che non tutti i suoi film sono dei capolavori, ecco… Ma quando iniziò a spargersi la voce che non avrebbe più girato, quando pian piano si concretizzò l’idea del suo allontanamento dal cinema, lo confesso, fu un vero e proprio lutto. E ancora oggi, nel fondo di me stesso, c’è comunque una piccola parte di me che non lo sa accettare: “Che cazzo succede?! Le cose non ti vanno male, John, perlomeno non così male da ritirarti! Perché diavolo fai così, adesso? Perché te ne vai?!?” mi chiedevo di continuo, all’epoca.
Mollare al momento giusto. Oggi mi rispondo così. Un attimo prima di diventare ridicoli (“Fantasmi da Marte”?). Ma soprattutto perché si è già detto tutto, e la missione è compiuta: all’artista non resta altro che diventare la sua stessa opera…
Insomma, Carpenter è un poeta della paura, ma in pochi l’hanno capito. Così come in pochi hanno capito che “La cosa” siamo noi… O che “Essi vivono” non è un film sugli alieni, ma sul lato oscuro del sogno americano, oltre che sul potere coercitivo dei mass-media…
Come si fa a non capire “Fuga da New York”? Oppure “Fog”?! O l’insuperabile “Il seme della follia”?!? Il cinema di Carpenter è politico da cima a fondo! Un dolcissimo cinema di guerriglia. Ogni sua vicenda parla sempre di qualcos’altro. Ogni sua fascinazione è già una metafora. Ogni sua creatura (anche “Starman” o “Avventure di un uomo invisibile”) diverte e inquieta nel profondo…
Chi lo sa, forse proprio per questo doppio fondo di tutta la sua opera, Carpenter ha deciso di uscire di scena: adesso le sue “poesie” sono ad asciugare al vento, in attesa che il mondo le possa davvero cogliere a pieno…
In questi tanti anni di assenza dal cinema, quasi tutte le sue pellicole sono state oggetto di remake o sequel, e ognuna di esse resiste al tempo, anzi, lo cattura: proprio ieri sera ho rivisto con mia moglie “Il signore del male”, e mi sono reso conto di quanta lucidità visiva ogni singola inquadratura racchiuda in sé, quanto amore per l’arte di raccontare storie trasmetta ogni suo sguardo, ogni sua atmosfera, ogni suo dialogo…
Una volta lessi una critica illuminante. Affermava che a Carpenter non interessava approfondire le cause sociologiche di un dato evento, ma soltanto mostrare la reazione dell’individuo, quando scopre improvvisamente tutta la ferocia della società in cui vive… Fantastico! Me la imparai a memoria tanto era vera, tanto era autentica. Di fatto, quanta libertà si respira nel cinema di Carpenter! Come se, al di là delle facili etichette ideologiche, nella sua mente non ci fosse mai stato nient’altro che il suo film. Eppure, allo stesso tempo, quanto interesse per il pubblico, quanta passione nel non mollare mai, neanche per un istante, la sua attenzione… Un vero miracolo.
Insomma John, hai dato tanto. Ma veramente tanto!
Ora lo so ogni giorno di più…
Grazie di cuore.

(FRANCESCO TESTI)

 

MA IL CUORE RESTAVA INDIETRO
di Francesco Testi (Ed. Helicon)

L’emozione (e la commozione) di vedere il tuo libro in una libreria è tra le più grandi che ho mai provato. Non è monetizzabile. Non è descrivibile. La prima volta (nel 2011) piansi, la seconda (2014) sfilai il libro dallo scaffale per metterlo frontale, in modo che si vedesse bene la copertina, stavolta l’ho direttamente fotografato… Quasi un’ossessione. Quasi una felicità. La raccomando a chiunque abbia voglia di scrivere. Nel presentare il mio ultimo libro, mi sono sentito prima un musicista e poi un pittore. Poi di nuovo un imbecille (non c’è da prendersela, fa parte del gioco). La poesia è quella musica che tutto unisce, diceva Bernhard, ed è una pittura invisibile, quella della voce, diceva Voltaire. Grazie di cuore a chiunque abbia permesso a tutto questo di esprimersi, ecco. In un mondo che preferisce farsi dei nemici piuttosto che una cultura, non c’è niente di più bello e consolante che liberare i frammenti del nostro sentire… Sempre e per sempre
IL RAGAZZO DELLA VIA TORTAIA

UN MAESTRO COSI’

Quanto devo a quest’uomo… Forse tutto, forse niente, chi lo sa? Se si dà voce ad una società capitalistica che obbedisce solo al principio della lotta economica e del do ut des, non gli devo niente, in quanto attore prestante la propria collaborazione artistica al servizio di una compagnia teatrale. Ma se invece si dà voce al cuore, beh, allora è tutta un’altra storia. Allora si rivedono le città, le piazze, gli alberghi, le strade, gli autogrill, i colleghi e naturalmente loro: i teatri. Perché questo significa, tutto sommato, essere un maestro: insegnare a vivere. Quante volte m’hanno detto che la vita ognuno la impara da sé e che non abbiamo più bisogno di maestri, ma solo di entrare dentro noi stessi, perché è lì la vera felicità… Eppure fin in fondo non c’ho mai creduto, anche se avevano fascino da vendere, tutte quelle teorie. Ma era un po’ come guardare una donna avvenente, con in faccia il sorriso della donna che ami davvero: non c’era niente di reale in quella visione, tranne appunto il sorriso…
Sergio m’ha insegnato l’umanità della recitazione, il rispetto per il pubblico, il gioco eterno e serio dello stare in scena, il senso delle cose più piccole, l’amore per quella tavola che è sacra perché, che sia la tavola del palcoscenico con tutta la polvere dei secoli o che sia la tavola dei ristoranti miracolosamente aperti per noi attori fino a notte fonda, l’importante è sempre quello: stare insieme.
E non sto a dirvi ovviamente quanti trucchi, quanti segreti del mestiere Sergio mi ha donato, in quasi dieci anni di tournée! Non sto a dirveli perché così non sarebbero più segreti, ma anche per un altro motivo: sarebbe estremamente riduttivo fare un elenco di competenze e qualità tecniche (importanti e utilissime, ci mancherebbe!), parlando di Sergio. La sua scuola, infatti, è forse l’unica al mondo ad infondere il respiro del mare: la quintessenza della natura umana. E non ci sono accademie, università o talent per quello che ho appena detto. C’è solo l’esperienza, quel maestro terribile e spietato che prima ti fa l’esame e solo dopo ti spiega la lezione…
Ora, con tutto ciò non voglio certo sostenere ch’io abbia imparato da Sergio tutto quello che Sergio ha cercato di trasmettermi, assolutamente no (purtroppo). Ma nel suo caso, è il tentativo che conta, non il risultato, come diceva Gandhi. E Sergio ce l’ha messa tutta, ve l’assicuro. Sempre. Anche adesso che è in un ospedale a causa di un infarto, e riesce comunque a farmi ridere di cuore, grazie al suo umorismo sagace e immortale, a metà strada tra De Filippo e Pirandello: la generosità fatta persona.
Intendiamoci, non è tutto rose e fiori il mio rapporto con questo gigante: tante le differenze, tanti i conflitti ideologici, tanti gli scontri verbali, tanti i bicchieri di rabbia… Ma se Albertazzi in “Memorie di Adriano” diceva, a proposito di Antinoo: “Non l’ho amato così tanto, da costringerlo a vivere”, Sergio invece (coi fatti più che con le parole) mi ha sempre dimostrato il contrario. Insomma, quando Sergio ti tende la mano, non è solo la mano di un grande uomo di teatro, è anche quella di un padre.
E per quanto io invidi la gente che si fa da sola, e spesso mi diverta ad imitarla, dentro di me non c’è modo di dire quanto io mi senta profondamente fortunato, ad avere avuto un maestro così…
Ti voglio bene Sergio.

(FRANCESCO TESTI)

L’UOMO CHE MANGIAVA LA MERDA

                                           

Era merda, sì, ma era buona! Così diceva Mariano Scartabellari, il mio amico di merende, recentemente scomparso… Nell’adolescenza, quand’ero pieno di brufoli e la mia faccia sembrava una pizza, ne abbiamo fatte di tutti i colori, insieme. Eravamo davvero dei teppisti, e praticamente inseparabili; l’unica cosa che ci divideva, era la sua completa disinibizione sessuale, qualcosa che m’impauriva e che al contempo gl’invidiavo molto. Per lui, morire soffocato dal culo di una bella donna era la morte ideale. Non vi sto a dire, poi, della sua indescrivibile passione per la pioggia dorata… Vi dico soltanto che per lui, rappresentava una sorta di bagno d’umiltà, una vera e propria fonte battesimale… Io mi divertivo così tanto ad ascoltare i suoi racconti, che ogni volta mi sembrava di morire letteralmente dalle risate… Un bel giorno, così, di punto in bianco, mi rivelò la sua coprofagia, ed io ci rimasi secco, giuro: stetti senza parole per almeno mezz’ora: ero sconvolto. Insomma, per farla breve, Mariano mangiava la merda. Ovvio, non so fin in fondo se dicesse la verità o se si divertisse un mondo solo a prendermi in giro, ma io comunque, tutte le sere che me ne tornavo a casa dopo averlo visto, non facevo altro che ripensare ai suoi aneddoti osceni… Per lui, la vita era una specie di goliardia ininterrotta e sempre fuori dagli schemi; il suo chiodo fisso era rompere ogni tabù, ogni conformismo, ogni vuota ipocrisia sociale; disprezzava tutte le convenzioni, nessuna esclusa. Nondimeno, era costretto ad indossare una maschera da personcina per bene ed educata: era un esempio di civiltà e galateo per tutti, davvero. Era così compassato e plumbeo da non lasciar trapelare neanche per un secondo il suo perverso, segreto, inaccettabile idill’Io… La sua canzone preferita, quella che, ricordo, non smetteva mai di canticchiarmi all’orecchio, era la hit di Zucchero: “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica…” A volte, quando tornavamo a casa in autobus, me la faceva ascoltare e tra una nota e l’altra se ne usciva con delle massime, tipo: “Il cuore ha sempre ragione, Francesco, tu lo sai. Ma la ragione? La ragione, ha sempre cuore?” Frasi difficili da ignorare, ecco. Soprattutto da ragazzino, quando impazzisci per un aforisma, per quel mucchio di parole che può svelarti, anche solo per un breve lasso di tempo, il senso stesso della vita. E la tua sete d’assoluto non si esaurisce mai, se non abbeverandoti a quella donna, che ti manderà completamente fuori di testa…
A notte fonda, sotto le coperte, ripensavo improvvisamente a tutte quelle cose assurde, alle stronzate che mi raccontava Mariano per strabiliarmi ad ogni costo, e mi scappava da ridere a più non posso, voltolandomi nel letto e svegliando la mia povera mamma, che ancora dormiva con me: ridevo, sì, e sguaiatamente… Piangevo anche però. Una volta sola, a dir il vero. Quando Mariano mi disse dolente che i suoi si trasferivano e che di lì a poco l’avrebbero portato lontano, all’estero addirittura… Sapevamo bene che non ci saremmo più rivisti, e ridere di gusto era sempre più difficile, dopo quella nuova… In un suo libro, Stephen King afferma che gli amici vanno e vengono nella vita, come i fattorini in un albergo. Forse ha ragione, ma all’epoca, credetemi, io volevo a tutti i costi che avesse torto…
Quando il mio amico partì per l’Austria, mi lasciò un quadernetto azzurro, dove aveva trascritto per filo e per segno tutte le sue manie; ed io lo leggevo e rileggevo spesso, di nascosto ovviamente, lontano da occhi indiscreti, ridendo e piangendo da solo come un matto, tanto da convincermi che, forse, è meglio perdere un amico che un buon libro… Questo però è successo nei primi mesi, non di più. Poi ho cominciato a dimenticarlo, ad ammazzare il suo ricordo senza nessuna pietà, come in un vero e proprio mattatoio delle memorie… Che senso aveva, d’altronde, ricordarmi di lui? Mariano non faceva più parte della mia vita, era come se fosse morto: uno spettro che attraversava ancora la mia esistenza, ma senza poter più interferire, solo per il gusto sadico di ripropormi il ricordo di un abbandono, una  ferita, una separazione. Lottai strenuamente contro tutto ciò, e con una violenza inaudita, fino ad arrivare all’indifferenza che, si sa, è un’arma di per sé. E il più delle volte uccide. E infatti, l’altro ieri, sono venuto a sapere che Mariano è morto. L’ho scoperto quasi per caso, immerso in quell’affollata solitudine che può essere a volte il mondo del web, soprattutto quando diventa troppo simile ad una crociera di massa virtuale, per dirla con Carmelo Bene… E comunque, è proprio grazie a quella moltisolitudine, se ho appreso la triste notizia.
Non ho avuto grandi reazioni, ad essere onesto… Ho solo pensato al suo funerale, questo sì. Ho immaginato che ci fossero non una, ma tante bare… Tante quante erano state le vite che Mariano aveva vissuto, interpretandone i personaggi più strampalati e surreali, una splendida galleria di icone felliniane… Sì, perché le sue storie erano tutte storie vere, mi dicevo, facendomi nascere un sorriso sul volto: storie vere inventate di sana pianta! Ma erano vere comunque, nel senso che lui le aveva vissute veramente, nella sua testa. E come un camaleonte umano, come un grande, grandissimo attore, giocava a perdere e riacciuffare ogni sentimento identitario, sostando sempre un poco sull’orlo di quel precipizio, dove si trovano le chiavi di Pessoa: delle sue mille anime… con una sola morte. Che magia, che fascinazione, che pathos!!!
La verità è che il mio amico mi manca e anche parecchio. Mi manca stare ad ascoltarlo, semplicemente. Attenti bene, le sue non erano le solite frottole che ci propinano i potenti, che ormai fanno solo a gara a chi ce l’ha più grosso e sono dei bolliti, che non si rendono neanche più conto di non essere all’altezza dei cittadini, che pretendono comunque di rappresentare, illudendosi di essere a capo di una vera e propria scemocrazia… Ma non divaghiamo, per cortesia: dicevo che Mariano mi raccontava un sacco di storie, ma quelle storie erano la sua stessa vita! Certo, sì, una vita di costanti, continui abusi di fiducia, di cui io per primo, spesso e volentieri, facevo le spese, credendo a tutto come un perfetto idiota. Ma Mariano era anche molto, molto intelligente (oltre che divertente) e sapeva benissimo come risvegliare le coscienze. Aveva un concetto tutto suo della corruzione, per esempio. Per lui era mafia ogni forma d’intolleranza, ogni appartenenza troppo stretta, ogni gruppo troppo chiuso… Ogni muro, insomma. L’alternativa? L’alternativa era arrendersi. Sottomettersi a se stessi: sprofondare dentro sé. Perché laggiù, in quel buio luminoso, non ci sono confini, diceva spesso. Ed era vero. Se oggi so che scrivere è cercare una dimora nella parola, è anche grazie a lui. Ed è merito suo se non cerco più di sopravvivere alla mafia, sfruttandola fino all’osso, fino a farla crollare davanti a me come un maiale sgozzato. Sì, perché forse il ragionamento e la strategia di difesa non fanno una piega, ma sarebbe come credere tutta la vita in un solo Odio, non so come dire, e francamente questo non mi va… Però, che goduria quando Del Toro, con l’Oscar in mano, ha ribadito in mondovisione di essere un immigrato messicano… In quell’istante, mi sono immaginato Trump con un bel missile nel culo, mentre tentava invano di murare alla velocità della luce tutte le tv della Casa Bianca…
Non so perché, ma improvvisamente il mio pensiero vola e va alla grande nevicata di qualche mese fa, a Roma… Era fantastico fare a pallate con Anna, mentre gli altri lavoravano. Sotto quella candida neve, ho visto per la prima volta Anna come un’amica, non solo come una moglie. Come quando mi sono accorto che tutti i racconti pubblicati nel mio sito (www.ilcielosulteatro.it) formano il romanzo a puntate della mia vita… Anna gioca con me come se fossi suo figlio, e questo mi commuove. Anna sa che tutta la mia esistenza è follia ben organizzata, e questo mi sconcerta. Anna sa che sono un dilettante di professione, e questo mi lusinga. Anna sa che quando fingo un’intesa col mondo (un’intesa che non c’è e forse non c’è mai stata), di nascosto a tutti, in verità, tengo le mani nelle tasche del vento, non so se mi spiego… Insomma, Anna sa a memoria che tutto è bello, proprio come Mariano. E sempre come lui, sa perfettamente che le cose tristi, in realtà, sono felici. Solo che non riusciamo a capirlo. E anche la morte, per cui quasi tutti sentiamo il rifiuto, altro non è che il culmine stesso della vita, una sorta di prodigiosa autocombustione… Ecco, ora mi torna in mente Luna, la mia compagna di classe delle elementari: la rivedo mentre spiega dolcemente alla maestra che anche i giorni di pioggia sono belli, non soltanto quelli di sole… Che meraviglia!
A questo punto, penserete che sono il solito egocentrico, che amo solo le cose strane e che voglio distinguermi a tutti i costi, facendo sempre l’alieno, quello perennemente fuori dal coro. Beh, credetemi, non sono stato sempre così. Al Liceo, per esempio, mi misi con una che voleva restare vergine fino al matrimonio, ma io non apprezzai mai la sua scelta controcorrente e sapendo che avremmo fatto al massimo sesso orale o poco altro, per dispetto non mi lavai il pisello per un anno intero, giuro…
Ma tutto è bello, come diceva Mariano. E per arrivare a sentirlo nel profondo del nostro cuore, non esistono scorciatoie, proprio no. Nemmeno questa, della mia patinata retorica con cui vi riempio tanto la bocca. Ma una cosa è certa: in questo mondo sclerotizzato, in questa frenetica società dei consumi, non si sa più se è nato prima l’uomo o la lattina! E la vita apparente (eterodiretta) della chiesa catodica, imperversa ancora nei nostri sguardi, nel nostro immaginario colonizzato di sedicenti uomini liberi… Insomma, in questa realtà dove nessuno sa più chi è celebroleso e chi no, io credo, ora più che mai, nell’armonia degli opposti: tormento ed estasi, passione e gloria, viaggio e mèta di ogni esistenza. Il segreto di tutto questo è l’amore, nient’altro. E il suo codice astrale è scritto nel pube rovesciato, sepolto all’interno della nostra nuca…
Sono le tre passate, mentre finisco di scrivere anche quest’ultimo, spassoso racconto. Le tre di notte, intendo. Cari miei, ci vuole coraggio a stare svegli a quest’ora… Quando tutto il mondo dorme, Anna compresa (la sento russare in questo momento). Certo, ti senti un dio inoperoso e insonne, che guarda per aria come ad acchiappare farfalle… Ma fuori è buio. E fa paura. E il silenzio condominiale cerca quasi di farti fuori… Non è una passeggiata, insomma. E’ un gioco da giganti, semmai. Ma è bellissimo, c’è poco da fare. Ah, se solo mi vedeste: nudo, in salotto, che m’aggrappo con tutte le mie forze al tavolo, con quello stesso eccitamento, con cui intravidi in Anna la possibilità di un’isola… Vedete, la mia prosa già si fa più rarefatta, come se scendesse tutt’intorno una misteriosa nebbiolina, e le frasi sembrano sempre più bagnate d’una certa poesia… Che dire, il miracolo del dormiveglia! Sono a Roma, sì, ma potrei tranquillamente uscire in strada e sbirciare in gran segreto la vita delle poche finestre illuminate, come solo chi è cresciuto in provincia sa fare. Ora sono a Parma, la città dell’anima, e penetro la sua bruma alla ricerca di un libro, che non è mai stato scritto… Ora invece sono a Praga, davanti alla casa di Kafka. Dietro di me, erranti senza senso, quattro pioppi vagano sotto la pioggia, visibilmente stanchi: vengono da via Tortaia, dicono… E non potrò mai ritrovarmi, continuano, senza prima essermi perso. A quel punto, tutti i lampioni si fulminano all’istante, ed io comincio a danzare nella penombra, come se ci fosse musica in quell’aria elettrica, come quando tra la vita e la scrittura, io scelsi la scrittura… Quella magnifica esca per nessuno, abboccando alla quale però, chiunque può scoprire a suo piacimento che ciò che siamo… è inestricabile.
Che posso dire di più?
Buonanotte Mariano, che Dio ti benedica.
E a me, mi perdoni.

(FRANCESCO TESTI)

ASPETTANDO ME STESSO

Ultimamente io e Anna parliamo spesso di bambini. Sì, insomma, c’interroghiamo se sia un bene o un male, almeno per noi, avere dei figli… Io e lei, ladri di giornali, sappiamo bene quante apocalissi si susseguono, giorno dopo giorno; e mettere al mondo una vita in mezzo a tutto questo schifo, è una responsabilità non da poco. Da qui, la nostra riflessione sull’ottimismo: di un bimbo appena partorito, uno può dire con gioia: è nato! E l’altro, nello stesso preciso istante, può pensare tristemente: ha cominciato a morire! Il primo in questione, ovviamente, è un ottimista, il secondo un pessimista. E la cosa pazzesca è che entrambi hanno ragione: è questo il guaio. Difatti, è giusto affermare che chi s’accontenta gode, ma anche che chi gode s’accontenta, non so se mi spiego: un’ovvietà per nulla banale, a rifletterci bene…
In questo continuo cortocircuito del senso che è l’esistere, mi risulta sempre più difficile contare su solidi punti di riferimento e valori inossidabili, cosa che invece facevo con facilità da ragazzo… Ricordo che mi bastava guardarmi allo specchio per dire: ecco il volto del genio! E mi assicuravo così un’autostima longeva e convinzioni piuttosto ben radicate nell’animo. E fuori dal vetro, all’epoca, non vedevo San Pietro naturalmente, ma alberi nudi e foglie ancor più sensuali, che giocavano a rincorrersi per il parco… Oggi come allora però, quando si fa buio, spengo ancora tutte le luci e me ne sto lì, alla finestra, osservando la città dall’alto della mia posizione: padrone e dandy nello stesso tempo… Certo, la mattina poi, quando mi risveglio, mi sembra d’essere un personaggio di Gogol’ e di avere perso il pisello, invece del naso! E’ che siamo un po’ tutti personaggi in cerca d’amore: ci manca sempre qualcosa, ed è per l’appunto quel qualcosa che ci motiva ad andare avanti, forse. Oddio, a me, più che l’amore, mancano le palle… Eh, sì, mi manca il coraggio, quella fermezza che si ha nel chiedere e nel prendere, ad esempio, non solo nel dare, ecco. Queste troppe rinunce di fronte alle innumerevoli sfide che la vita mi pone, mi hanno portato ormai ad una vita da clochard privilegiato, da zingaro di lusso. Per carità, tutte icone che da sempre popolano il mio immaginario di idoli, personalità maledettissime e dal gusto un po’ gipsy, non so come dire… Diventando uno dei miei miti, in realtà, dovrei stare alla grande, invece è tutto il contrario… Con questo, non voglio nemmeno idealizzare l’eccessiva sicurezza in se stessi, la sicumera con cui, da studente universitario, per intenderci, tenevo in camera, sugli scaffali della libreria, delle vere e proprie conserve di piscio… E’ orribile, lo so, mi vergogno anche solo a ripensarci… La gente entrava nella mia stanza, le vedeva e credeva che fossero bottiglie di fanta o roba simile… e appena uscivano, io me la ridevo come un matto! Solo Matteo, il mio fraterno amico d’infanzia, capì quasi subito che quelle bottiglie racchiudevano la mia urina, e uscendo di camera, lo intravidi letteralmente inorridire… Ah, bei tempi quelli! E’ proprio vero che siamo tutti pioppi lungo l’autostrada dei ricordi, come dice la canzone. Anche se,  alla fin fine, io non c’ho mai creduto. A che cosa? Alle favole! Alle piccole, grandi storie, che ci raccontiamo quotidianamente per consolarci e andare avanti. Non ho mai creduto nella reincarnazione, per esempio, anche se oggi va tanto di moda. Ma non credo più di tanto neanche nella vita eterna, anche se forse non mi dispiacerebbe… Ma anche senza scomodare Dio o Buddha, non credo nella tecnologia degli abbracci portatili (l’amicizia ai tempi di facebook), anche se confesso che a volte… mi piace! Non credo nella partigianeria che spesso m’invade, portandomi a pensare che in un mondo di corrotti, il fallimento sia il nostro unico, vero successo, anche se è pur sempre pericoloso aver ragione, se il governo ha torto, come diceva Voltaire. Non credo nella politica in generale, anche se ogni alternativa, ogni altrove, ogni remo in barca è politica. Non credo nella vanità, anche se fa parte di me da sempre, ma ormai l’ho fregata: ho capito che non solo è impossibile piacere a tutti, ma non è neanche auspicabile! Non credo nella nostalgia, che ti ricatta a vivere nel passato, anche se è probabile che solo i ricordi c’insegnino veramente a dimenticare… Non credo nel sesso e nelle sue esercitazioni, anche se so bene che esistono donne profonde come divani, in cui saprei affondare giorno e notte… Non credo nella grande città, anche se mi fa sentire meno solo: quanti negozi, ogni mattina, dove provare maglioni o scarpe, ma solo come scusa per fare quattro chiacchiere con le commesse! Non credo ai legami anagrafici, perché è vero che danno un senso di unità e d’aggregazione sociale, ma da quando feci leggere ad un mio familiare alcune mie poesie giovanili, e lui mi disse che andavo troppo spesso a capo, m’è passata la voglia… Non credo neanche a chi mi dice che faccio bene a non credere, perché penso che avere fede sia qualcosa di tremendamente importante per la vita di un uomo, anche se sono vere le storie di quei preti pedofili o di quel cardinale inglese trovato morto con un cero in culo…
Insomma, direte voi, ma allora Francesco, tu in cosa credi?!? Ve lo dico subito: credo nella scrittura. Potevo dire nell’amore, no? Sarebbe stato più romantico e sentimentale, giusto? Ma solo nella scrittura io vedo me stesso. E anche voi. E che cos’ è il teatro, se non scrittura in forma di immagini e sudore… Testi in movimento! Certo, scrivendo, può anche capitare d’insultare il mondo intero e di sputare in faccia a chiunque (compresi noi stessi) impunemente; ma chi lo sa, forse è proprio questo il bello! La scrittura come donna che giustifica e perdona, una donna\casa sul mare, la cui porta, anche nel cuore della notte o nel bel mezzo di un temporale, è sempre aperta, per chi ha bisogno d’un rifugio. E’ vero, mi si obietterà sicuramente che in questi casi scrivere è pedinarsi tutto il tempo, senza incontrarsi mai, se non di rado, al massimo per un breve saluto… Ma dovete sapere che, al di là di tutte le mie trombonate, al di là di tutte le mie manie di grandezza e di protagonismo, di tutte le mie fanfaronate, c’è lui: il morto! Ebbene sì, un morto mi abita! Da tempo immemore risiede nel mio spirito una doppia identità: un cadavere da un lato, e un bambino che non vuole saperne di nascere, dall’altro. La situazione, dunque, è piuttosto grave, direi… E’ come quando Anna mi sorprende al lago mentre pesco con la canna senza lenza! Non rimaner male, le dico ogni volta, non ti stupir troppo, se amo l’amore e… i suoi dintorni.
In definitiva, amo la luce quanto la tenebra, è più forte di me. Dovrei sentirmi in colpa o in difetto?! Dovrei chiamare l’esorcista?!? Che posso farci se è proprio in quella penombra che la mia stella, la mia dark star, si accende?! E si accende, attenti bene, proprio per aprire sorpendenti sentieri di luce! Così, nel frattempo, ai margini di qualche mal illuminata stradina laterale, là dove può capitare di veder nevicare in piena estate, mister Hyde diventa a poco a poco dottor Jekill…
Ragazzi! Spero tanto che vi stiate divertendo quanto mi sto divertendo io a scrivere…
Ora, vi prego, permettetemi un ultimo aneddoto. L’altra notte, ho fatto un salto al Market sotto casa, sulla Gregorio VII, è fichissimo, aperto 24 ore su 24! Io mi diverto ad andarci nelle ore più assurde, tipo le due o le quattro di notte… Mi piace il bar, un angoletto automatico dove puoi bere qualcosa di caldo e guardare fuori, la strada deserta, i semafori lampeggianti, il vento notturno che s’infila in qualche albero nero… Di tanto in tanto, solo l’eco di una sirena o di un treno merci che arriva da chissà quale città portuale… Non so voi, ma io vago così, con la fantasia, senza una meta precisa, come un tronco alla deriva. Dopo un po’, me ne torno a casa nella più completa e surreale solitudine. Che fascino Roma di notte! Un mistero! Una pace! Oddio, fa anche paura, eh, intendiamoci: ogni rumore è un sobbalzo! Ma ne vale la pena. Sì, perché è in quel brivido irreale che la vita e la morte finalmente si tengono per mano, rispettandosi e confortandosi a vicenda… Ed è sempre in quel brivido, che alzo i miei occhi stanchi al cielo e penso a quella magnifica frase di Stephen King, che suona più o meno così: o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire…
Beh, vorrei tanto dirvi che io ho scelto di vivere. Ma la verità, quella vera, è che io non ho scelto un bel niente! E vivo perennemente in un limbo, che è molto simile ad un liquido amniotico, com’è facile intuire. Occhio però: la pancia che mi ospita… è la mia stessa pancia! Proprio così, avete capito bene: mi sono mangiato, è successo tanto, tanto tempo fa… E adesso che ho introiettato Francesco, ne pubblico i Testi! Ah, ah!!! A parte il gioco di parole (scusate, non ho saputo resistere), è tutto vero: per ora riesco a spingere fuori dal mio grembo, solo gli scritti di Francesco. Ma presto, chi lo sa, potrei anche farlo uscire per intero…
Già, devo in tutti i modi partorirmi, scrive Francesco, seduto di spalle, al tavolo di sala. Fuori è una giornata splendida di pura primavera: gli uccellini cantano e anche l’aria è gradevole.
Quasi quasi esco a prendermi un caffè, scrive.
Quasi quasi lo aspetto…

(FRANCESCO TESTI)

CONFESSO CHE NON HO VISSUTO

Già, la mia è una morte in vita, in fondo, ed è più comune di quanto possiate immaginare… Questo mi viene in mente, ogni volta che mi sveglio all’ora di pranzo, sentendo Anna rincasare dalla farmacia. E per il resto del pomeriggio, vivo come se fossi in pensione, ammazzando il tempo a chiacchierare coi miei amici immaginari, passeggiando lungo il sentiero dal salotto alla cucina oppure rintanandomi silenzioso in un angolino della camera da letto, a ridosso della finestra. Lì, credo di essere tra i dolci riverberi di un teatro a riposo, dal cui anfratto nascosto e misterioso, posso spiare tranquillo e beato le prove dell’ultimo spettacolo: l’imbrunire. E’ in quel suggestivo e languido mondo della sera che la mia mente piano piano si scolla, si decomprime, fino a trasformarsi (nel migliore dei casi) in un libro di domande senza risposta o di risposte senza domanda (nel peggiore). Tutta quella solitudine mi ricorda quella dei giganti, delle persone veramente speciali. L’aria che si respira, infatti, è quella degli altipiani, tanto per intenderci… E’ come alle elementari, quando nei temi ero capace di descrivere le strade o i monumenti di una data città, senza esserci mai stato prima. E il maestro mi chiedeva sempre quale libro illustrato avessi consultato a casa. Pochi erano in grado di accettare fin in fondo ch’io fossi un prodigio o uno scriba… E m’invidiavano, imitandomi o peggio, imparandomi a memoria. Forse è anche per questo che nella vita, ho sempre mal sopportato la competizione e il confronto. Anche da piccolo, quando mi portavano a messa, non mi stava mica bene quello che i fedeli dicevano tutti in coro… E allora, urlavo: che Io sia lodato, che Io sia lodato!!! La mia piccola mente era inquieta e diabolica, mi disse una mattina, ieratico, il mio parroco. Oggi, non è poi così diverso: mi vendico di tutte le frustrazioni, portando da leggere in metro, ben visibili agli astanti, tutti libri dal titolo chiaramente insolente, del tipo: “Teste morte” di Beckett o “Spettri” di Ibsen (lo so che è come scrivere “scemo chi legge”, ma io lo trovo divertente: sarò puerile, ma che importa?). In treno, poi, ne faccio di tutti i colori! Quando la conversazione degli altri passeggeri intorno a me, mi fa sentire in difetto o semplicemente in inferiorità numerica, scorreggio forte forte! Oppure vado in bagno a masturbarmi! E dopo torno tutto contento, con quel sorriso di superiorità di chi sa qualcosa che gli altri non sanno… Ah, se avessi un figlio… Chissà se avrei il coraggio di raccontarle direttamente a lui, tutte queste storielle… Sarebbe un bel modo di proiettarmi nel futuro. Ma il futuro non è più quello di prima, e Anna lo sa benissimo: sposandomi, ha fatto soltanto tutta una serie di teatri in aria… Una serie di sogni, come canta Bob Dylan. Sogni ancora cartacei, i miei, dove può capitare benissimo che un immigrato, in una notte di colore, ti offra generosamente da bere al Caffè del porto, davanti al suo gommone per l’al di là…
La verità è che sono un gabbamondo, tutto qui: un irresistibile bontempone. Eppure, non sono stato sempre così… Da bambino ero un angelo, dice mia madre. Allora, quand’è finita, in me, l’eternità? E quand’è iniziata, invece, quella scomoda, faticosa dualità, tra quello che scrivo e quello che vivo? Da dove viene?!? E’ come se, entrando nell’età adulta, avessi lasciato il cuore direttamente sull’appendiabiti, non so come dire… Credetemi, non è il male che mi affascina, casomai qualcosa che lo circonda… E’ come se, sotto sotto, augurassi al mondo luce ovunque, ma ad una sola condizione: a lampi di buio…
Vattelapesca! Magari è il sesso il mio problema, il mio blocco arcano… Scavando nei ricordi dell’adolescenza, l’età più difficile e violenta che ci sia, emergono subito le mie prime scoperte erotiche… Immagini talmente forti e vivide! Con alcuni compagni di scuola, ricordo, ci divertivamo a misurarcelo, e poi andavamo a puttane, per dimostrarci l’un l’altro che eravamo uomini duri… In realtà, secondo me, eravamo tutti omosessuali all’epoca, solo, ce n’eravamo dimenticati… In ogni caso, un bel bidè al cervello, non ci avrebbe fatto certo del male… Comunque, tra tutte quelle squallide, ma spassose esperienze d’iniziazione al sesso, mi ricordo come fosse ieri, della professoressa di Tecnologia. Era una signora tedesca sui settant’anni, che somigliava vagamente a Maurizio Vandelli, una donnona piuttosto robusta, per non dire obesa (i bulli l’avevano soprannominata l’americana), con cui ebbi uno dei miei primi amplessi. Perché proprio con lei?! Onestamente, non me lo ricordo… Fatto sta, che una fredda mattina di Gennaio, andai in bagno e me la trovai davanti con lo sguardo da predatore. In breve, mi prese per le palle e non mi lasciò più. E poi, volle che facessi la stessa cosa con lei. Andai con la faccia tra le sue grosse cosce, fino al bosco innevato del suo pube. E qui lo shock. Non avevo mai visto niente di simile né mai l’avrei visto in seguito: avevo appena scoperto l’eterno sorriso della fica orizzontale! Sì, un sesso che nessun ginecologo si sarebbe mai permesso di giudicare… Di fatto, non era una vera e propria vagina, ma una crepa, una profonda, perturbante feritoia, da cui soffiava il freddo vento del Nord, e la cui forma d’intelligenza assolutamente superiore, non comunicava a parole, ma a sottili, incessanti, vibrazioni eteriche… Ma perché mai vi sto dicendo tutto questo?!? Forse questa vicenda, potrebbe aver avuto una certa influenza nella storia della mia inesistenza, nello sviluppo della mia fragile personalità, del mio male di vivere? Francamente, non credo proprio… Insomma, se vi dicessi di sì, sarei ipocrita come un macellaio vegetariano… Ma il mio specialista, il Dott. Parola, s’è messo a ridere così tanto, quando gliel’ho raccontata, l’altra sera, che spero abbia divertito un pochino anche voi!
Che poi, in fondo, non è neanche vero quello che ho detto all’inizio, cioè, che non ho vissuto. Ho vissuto eccome! Ho vissuto certe cose piuttosto che altre, questo sì. Il nostro cuore è più grande del nostro calendario, si sa! E ci sembra sempre di non aver scelto… Di avere rimpianti da vendere, insomma. E invece, scegliamo di continuo e dovunque. E in quei rari, rarissimi momenti in cui lo sappiamo davvero, proviamo finalmente sulla nostra pelle la sensazione di vivere, e possiamo pure concederci il lusso di risvegliarci dai nostri sogni e dai nostri incubi, facendoci specchio da noi stessi. Anche solo per un momento, quel tanto che basta a renderci conto che, tutto sommato, alla fine dei salmi, siamo persino abbastanza soddisfatti, di essere dei… TESTI!
                                                                                                                       (FRANCESCO)

UNA VITA POCO DISTANTE DA QUI

E’ stato un anno difficile. Tra attentati, terremoti e altre catastrofi (le tombe d’acqua dei migranti, il mattatoio turco, la resistibile ascesa di Donald Trump…) il grande libro dell’umanità rischia davvero di passare nelle mani di un “corruttore di bozze”, tanto per fare una metafora editoriale… Nel frenetico immobilismo delle nostre società monetarie, ogni giorno assistiamo al graduale svitamento di ogni autentica relazione umana: come si spiega?! Forse l’ipocrisia del potere è un mostro che preferisce imitarci, piuttosto che ucciderci? A guardare la tv, sembra che il mondo sia finito da un pezzo: siamo stremati… Che dire, Dio deve avere proprio la febbre alta! Chissà se anche Lui sta pregando, e soprattutto… chi?! Teologia a parte, qual è l’oscuro retroscena di tutto questo?!?
Stanotte sono da solo, e ammazzo il tempo sfogliando le mie vecchie foto da ragazzo: com’ero bello! Nei miei occhi c’è tutta l’innocenza di chi ancora non può capire. In ogni foto sorrido così ingenuamente… Forse la bellezza è davvero bella, solo quando non sa di esserlo…
In una vita poco distante da qui, penso mentre mi guardo in foto, la realtà continua ad essere il sogno di un sogno: vivere! E quando ci sveglieremo, saremo morti, d’accordo, e dovremo abbandonare un mucchio di cose belle e speciali, ma non quelle che contano veramente. Cose che non si possono comprare, almeno per ora. Cose che, semplicemente, saranno con noi per sempre. E’ come quando mi chiedo se mi ha salvato Dio o l’amore: è la stessa cosa, mi rispondo alla fine. Alla fine, sì, perché ci vuole tempo, per capire. E ancora più tempo per sentire quello che abbiamo capito.
E’ il tempo del cuore, il tempo di cui parlo. Il mistero per cui viaggiamo in lungo e in largo, ma prima o poi torniamo sempre ad un porto sicuro. Quel porto, nel mio caso, è Anna,  evidentemente. Ma non crediate sia una passeggiata, tenere gli ormeggi su quell’isola piena di sole! E’ una cavalcata da stalloni anche quella: bisogna saper litigare e poi fare la pace, dire cose cattive e poi chiedere scusa, perdere la speranza e ritrovarla l’attimo dopo! E’ l’onda dell’amore, sulla cui cresta ci alleniamo giorno e notte, per arrivare a conoscere qualcosa di più della nostra personalissima svolta del respiro… E quante volte sono affondato giù, nel profondo del mare, violentemente disarcionato da quell’onda vorticosa, ribelle come e più di me. Ma sempre e soltanto per riaffiorare di nuovo. E ogni volta, è come affrontare il proprio sogno ricorrente… Tutti ne abbiamo, giusto?
Il mio è questo: una mattina mi sveglio tutto spettinato e confuso come al solito; accendo il telefono e vedo che m’è arrivato un messaggio: sono convocato dalla Direzione Generale del Teatro Da Camera! Subito dopo, entro in una stanza che mi è stranamente familiare (il mio stesso salotto?) e nella quale mi aspetta un uomo di mezz’età, in giacca e cravatta e scarpe lucidate. Il tizio mi guarda per un attimo e poi, molto seriamente dice: “Ho un messaggio per lei che non le piacerà: è stato destituito dalla Direzione Artistica del Teatro Da Camera. Ciò significa che non potrà allestire altri spettacoli nelle prossime Stagioni di Prosa. Mi dispiace molto, ordini superiori…”
Di colpo è notte. Passeggio sotto casa mia. Con precisione, sotto le finestre del Teatro Da Camera, la luce è ancora accesa… Muoio dalla voglia di vedere chi c’è, chi mi sostituisce, chi recita al posto mio sul palco della mia stessa coscienza! Improvvisamente qualcuno s’affaccia alla finestra, apre il vetro e s’accende una sigaretta. Allora punto i piedi per terra, voglio vedere a tutti i costi la faccia di quella faccia di merda, la testa di quella testa di cazzo che si permette di fumare in casa mia, nel mio stesso teatro! Sto per gridare fanculo a squarciagola, quando mi blocco completamente, come se avessi visto un fantasma: quell’uomo alla finestra sono io.
Che spettacolo, eh?! Ogni volta che faccio questo sogno è una fantasmagoria di emozioni! Di volta in volta, il sogno si schiude, va avanti, e con una specie di zoom, l’immagine s’avvicina sempre di più al volto di quell’uomo, e spesso penso: “Avanti, idiota, parla! Voglio vedere se le tue parole fanno eco!” Sì, perché sono quelle che rimangono, le parole che fanno eco. Sono scalini verso l’alto o il basso, a seconda dei gusti e delle necessità, ma tra loro ci sono anche le parole orizzontali, ed è lì che fiorisce l’Omniverso…
“Avanti, perché non parli, maledetto bastardo!!”
Provo uno strano, incomprensibile piacere ad insultare quella figura, così anonima e allo stesso tempo così involontariamente straordinaria… Poi, improvvisamente, lo vedo fare una cosa disgustosa: si mette un dito nell’orecchio e, subito dopo, se lo infila in bocca. “Che schifo!” penso fra me e me, e mi corre alla mente l’immagine di quell’attrice, che ad un certo punto dello spettacolo, inavvertitamente, spalancò le gambe, e gli spettatori come me, seduti in prima fila, s’accorsero tutti che era senza mutandine… Intrigante, non lo metto in dubbio, come no… Se solo non si fosse vista anche quell’orribile bolla in mezzo alla fica! Insomma, non era un bello spettacolo, ecco. “Avanti!” continuo con rabbia: “Parla, porco!”
A questo punto, di solito, lui tossisce così goffamente, che mi ricordo di non aver mai imparato a fumare. Allora scoppio a ridere, e in un moto d’affetto, sospiro teneramente: “Che cos’è un poeta, se non un dio disadattato…” e giù a ridere di nuovo, ma molto presto la smetto, perché quel colpo di tosse non finisce più di tossire! Sì, quella tosse, non so come dire… Quella tosse fa eco! In quel momento esatto, m’accorgo d’essere contemporaneamente su due mondi diversi: uno è destinato a scomparire e l’altro a permanere. Chiudo gli occhi per un istante e provo a dare dei nomi agli oggetti che viaggiano intorno a me in quell’indescrivibile movimento parallelo che, come in un flusso d’incoscienza, oscilla alla velocità della luce tra questo mondo e l’altro… Qui, purtroppo, solitamente mi sveglio. Mi sono sedotto ancora, mi dico ogni volta, riprendendo contatto con la realtà. Eh, sì, perché è facile sedurre, quando si mette in piazza la propria intimità. Io, per esempio, da piccolo, avrò avuto dieci anni, avevo una giovane babysitter di nome Simonetta, che stava sempre con me quando mia mamma usciva con le amiche. Giocavamo ai videogame, guardavamo film, cose così… Una sera, però, le chiesi per scherzo di tenermi il pisello mentre facevo la pipì… Lei, prima mi diede uno scappellotto e poi scoppiò a piangere a dirotto, tanto che le chiesi scusa fino a quando non crollai di sonno. Da quella sera non venne più. E solo dopo anni, quando ormai ero grandicello,  venni a sapere che Simonetta, all’epoca, si era innamorata di me. Già! E per non soffrire più della mia candida indifferenza, chiamiamola così, aveva smesso di prendere servizio da noi. Da quando conosco la verità su questa faccenda, ogni volta che mi scappa la pipì, rivedo il suo viso dolcissimo e mi domando: ma come ho fatto a non accorgermi che il suo era lo sguardo inconfondibile di chi riconosce un piccolo, grande uomo?!
La verità, è che tutti siamo grandi uomini, agli occhi della nostra bàlia! E comunque, a onor del vero, anche se a suo tempo avessi lontanamente percepito d’aver conquistato il suo cuore, io di sicuro avrei fatto finta di niente…
La mia, infatti, è sempre stata, fin dall’infanzia, un’esistenza “borderlife”, una costante fuga dalla vita. Verso cosa? Verso l’Islanda, la solitudine eletta a sistema di sopravvivenza, con intervalli di compagnia da cui succhiare la vita come dalle crepe di un muro. Vivere come se la vita fosse un lungo suicidio assistito, un allenamento a scomparire. E perfettamente allenato e metodicamente folle, soggiornare in quella terra di nessuno, che paradossalmente è l’unica a farmi sentire davvero a casa. Questa è la mia vita: fuori dal mondo, a due passi dal mondo. Quel tanto che basta per non perdere il gusto, la sotterranea nostalgia della vita. Quasi una postumità! Una presenza invisibile come il respiro dell’ombra… Sì, vivo nascosto nella mia cittadella interiore proprio come Batman: lontano dalla gente, a salvaguardia della gente… E in quella dimensione altra, come una notte scesa due volte, oso attraversare i miei pensieri più oscuri, sconfinati binari morti. E simile ad una foglia che dall’erba cade sul ramo, abito a ritroso tutta la mia angoscia, insieme col pubblico e con Anna, mia impareggiabile testimone. Giorno dopo giorno, affondo sempre più nella mia incurabile malattia, portandone alla luce le segrete croci,  preziose pepite vecchie più del mondo… E in quel sublime isolamento, in quell’ideale sottobosco, ricompongo a mezz’aria le mie disperazioni, in un’alternanza implacabile d’amore e morte, che non concede limite alcuno alla libertà d’espressione. E di questo, confesso, sono felice…
Ma pur sempre nella tragica consapevolezza della mia condizione:
la caduta libera, una specie di dannazione.
La deriva di chi mendica amore
senza poterne dare.

Come il vampiro innamorato.
Il parassita del paradiso.
Il lupo in agguato.
Il seduttore indeciso.
Il pittore accecato.
Il sognatore narciso.

Il matto vero.
Il buco nero.

E che Dio mi perdoni, il genio.
Il dono o la condanna, che mi fa essere ancora qui.
E altrove.

 (FRANCESCO TESTI)


 L’OUTSIDER

La settimana scorsa il dott. Parola mi accoglie nel suo studio con uno strano atteggiamento: mi guarda di traverso, come se ce l’avesse con me… Perplesso, mi stendo come al solito sulla sdraia di pelle, ma lui, improvvisamente, sbatte con violenza qualcosa sul tavolo… Mi volto di scatto e m’accorgo che sono dei libri ad essere stati sbattuti. E più precisamente, i miei. Lì per lì, mi sento quasi lusingato, ma l’attimo dopo, già mi sembra d’aver visto qualcuno picchiare i miei figli… Dopo quel gesto irritante, fisso negli occhi lo psicologo, in attesa di una spiegazione. Ma lui fa la stessa cosa con me! Sì, rimane in silenzio a guardarmi, come un allocco, come se pretendesse lui spiegazioni… Allora capisco: non gli ho detto niente. Nei nostri numerosi incontri, ho completamente omesso d’aver scritto due libri, entrambi di poesia. Perché?! Vorrei tanto rispondere al suo sguardo interrogativo… ma non lo so nemmeno io, in realtà! Mi vergogno delle mie opere, forse? Temo il giudizio dello psicologo così tanto? O è solo comune resistenza alla terapia? Tutto mi sembra alquanto improbabile, ma chi lo sa, la nostra mente è tutta un mistero… Ad ogni modo, da quel momento, io e lo psicologo stiamo tutta l’ora in silenzio, a guardarci negli occhi come due innamorati; e solo alla fine, lui rompe l’incantesimo, dicendo come sempre: “Per oggi ci fermiamo qui” , accompagnandomi alla porta, col suo solito sorriso, trasudante superiorità.
Esco da quel condominio di periferia, con la coda fra le gambe, che quasi m’inculo da solo. M’avvio alla metro confuso, smarrito, con quell’aria da imbecille che solo i matti possono avere, i matti o gli artisti. E i santi forse, quando sono tutti intenti a cercare la luce… Camminando, sento in bocca tutte le parole profumate della sera… E sto un po’ così, a labbra aperte, gustando quell’intenso sapore d’incertezza che, bene o male, rappresenta l’esistenza stessa, come possibilità continua d’incontro con l’Altro, come un lungo corridoio di porte aperte e chiuse… E in fondo a quel corridoio, una gigantesca, sconfinata bocca dalle labbra enormi come montagne da scalare, grandi labbra che nessuno sa baciare… In questo senso, l’arte è anche utopia, penso entrando in metro. Improvvisamente, non so perché, ma mi sento tutto pieno d’entusiasmo, slancio vitale, e mi metto a pianificare la prossima seduta dallo psicologo: sarei entrato nel suo studio spavaldo come non mai, masticando una cicca magari, e avrei esordito dicendo: “Sono un poeta, sì, e con questo? Non si lasci intimorire dalla certificazione di qualità, la mia è solo una straordinaria vita qualsiasi, sa? Anche se devo dire che non mi dispiace affatto stare in compagnia dei versi: la poesia è una donna bellissima, dottore. Una femme fatale che parla veloce, e mentre parla, spalanca le cosce… Tra quelle cosce mi aspettano ogni volta parole nude, dottore, parole rosa e sensuali come attrici non ancora famose: le loro anime sono di vento e brina, e i loro sorrisi, sempre di qualche anno prima… E’ grazie alla poesia, dottore, che ho fatto della mia vita una vita, vagabondo e ubriaco, costantemente abbarbicato a tette e culi di versi… Che spettacolo! Lei è capace di scrivere poesie? Dubito… La sua testa vuota è solo una guardiola, un pisciatoio per anziani con prostata infiammata… Il suo sguardo giudicante è così vuoto d’infinito che manca di tutto! E lei vorrebbe curare la follia? Dovrebbe idolatrarla invece! Laburista della psiche, bidello dell’inconscio, lei è soltanto cerume nelle orecchie del mio tempo! Signore della ragione, saprà pure tutto, per carità, non lo metto in dubbio, ma non capisce proprio niente! Ecco perché non le ho detto dei miei libri: perché li avrebbe solo catalogati, etichettati, fatti delicatamente a brandelli e ricostruiti con freddo distacco, come se fossero soltanto una confessione di pazzia incipiente, al massimo un fenomeno d’abreazione degno di nota o, con licenza poetica, un bellissimo esempio di pensiero alla deriva, il pensiero ancora danzante d’un ballerino caduto… Beh, sa che le dico? Me ne frego delle sue fottute pagelle. L’arte non è questo! E’ molto, molto di più! Piccolo benpensante, perbenista… Mengacci!!! Anche quando ha la bocca tutta piena di merda, l’arte è sublime! Vede, dottore, lei mi parla di parametri e ipotesi diagnostiche, mentre io… io le parlo della mia vita: è tutta qui la differenza, mi creda. Gli artisti sono un termometro, caro lei, e quel termometro misura la febbre al mondo! La mia poesia non può piacerle, semplicemente perché è acqua sorgiva che non conosce torchio, una vecchia zingara che si aggira malferma tra orde fameliche d’ignoranti sempre più compiaciuti, e accademici vetusti, vesciche ambulanti votate solo all’enigmistica! Io non appartengo né agli uni né agli altri. Purtroppo o per fortuna, questo me lo dirà lei, forse… Io sono il cane sciolto, dottore, il clochard dell’anima di cui si parla tanto in certe leggende: io non ho patria nello Stato né da nessun’altra parte, neanche in me stesso… Io sono l’outsider.”
(Qui avrei fatto una bella pausa)
“Sono stanco, dottore, questa è la verità. Stanco di sentirmi una locomotiva ferma nella notte, che però fischia ancora. Mi dispiace se l’ho offesa o mortificata, chiedo scusa: il mio dolore esplode e io straparlo… E’ che ho la mente tutta ustionata, come dice mia moglie… Mi aiuti lei, se può, la prego, io non ce la faccio più, ho esaurito le forze… M’insegni lei la felicità… Mi guarisca dall’eutanasia dell’arte, la malattia della scrittura: ho cercato in tutti i modi di sparire tra le pagine, morire tra le righe, ma non ci sono ancora riuscito… E ora, perché non dice niente?! Il suo silenzio è terribile, sa, come quando non si apre il paracadute… come scoprire che il tuo angelo custode ha paura del buio…”
A questo punto sarei svenuto. Sì, sarei svenuto, pur di vedere la sua reazione, pur di renderlo testimone obbligato del collasso dell’umanità… Sicuramente sarebbe andato nella stanza attigua, a chiamare subito un’ambulanza… Ma tornando non mi avrebbe trovato. No. Perché io sarei stato già lontano, dandomi alla macchia come un vero e proprio seduttore, e lasciandolo lì, come un ebete, a fissare la copertina dei miei libri, a mo’ di poster beffardo e sovversivo… “E così sia, caro dottore: POESIA! Tenda pure l’orecchio alle voci del mondo, se vuole, vedrà che da stasera, riconoscerà anche la mia! E allora potrà davvero studiarmi come si deve… Suvvia, non se la prenda tanto se l’ho presa in giro, se è stata tutta una mascherata: la vita stessa è una recita… Un gioco d’azzardo!!!”
Sono arrivato ad Ottaviano, nel frattempo. Esco dalla metro con un senso di liberazione interiore, come dopo uno sfogo, una tempesta di rabbia… M’incammino verso casa tutto invasato, e attraverso San Pietro, bagnandomi nella folla che inneggia: “W Francesco!” e di punto in bianco, mi ricordo del mio parroco e di quand’ero piccolo, che andavo a catechismo e m’annoiavo da morire: ogni momento era buono per distrarmi e chiacchierare. “Francesco si è perso” mi sussurrò un giorno quel prete all’orecchio. Ci rimasi secco. Quella frase sibilante riecheggiò più volte dentro di me, facendomi stare in silenzio per tutto il resto dell’ora. Oggi, senza timore, gli risponderei tranquillamente che perdersi è meraviglioso. E che è meglio perdersi in una tentazione, piuttosto che in un luogo comune: pensiamo positivo?! Intanto pensiamo, eh, poi si vedrà… E se ci lamentiamo, è solo per gioire di più l’attimo dopo; così come se ci perdiamo: è sempre per ritrovarci poi. Ecco il lato occulto di ogni male.
Belle frasi, belle parole… Ma di fatto, a quel sacerdote non dissi niente e rimasi spettatore della mia vita, per tutta l’ora di catechismo, così come per tutta l’ora di psicoterapia… Cristo! Dov’è andato a finire il mio coraggio? Dove sono le mie splendide palle di vetro?! Che fine ha fatto quel piglio da iena, che mi faceva sorridere anche davanti ai miei peggiori nemici, sapendo sempre che, anche nella peggiore delle ipotesi, li avrei trattati come dei maiali, dei quali si sa, non si butta via niente…
Sono a casa ormai. Sprofondo nel divano, e metto su un po’ di musica… E’ Anna a svegliarmi, appena tornata dalla farmacia, io mi sono addormentato con le cuffie alle orecchie. Mi dà un bacio e già vola via in cucina, a preparare la cena. Ma in quell’impalpabile vento che sommuove, io comunque riesco a sentire che il suo culo profuma di nuovo, e questo basta a inebriarmi i pensieri e le dita. Le dita, sì… le dita: si sono visibilmente allungate, qualcosa mi dice che è ora di scrivere un altro racconto, un’altra storia… Qualcosa che leggerò allo psicologo la volta prossima magari, qualcosa per cui forse, potrei anche diventare un uomo…
Sì, quella notte mi sarei messo di nuovo a scrivere. E avrei parlato come sempre della mia vita. Oddio, della mia vita… Di ciò che credevo fosse la mia vita. D’altronde, se lo scrivi è perché ci credi, no? E la bugia, a pensarci bene, non è forse la nostra prima opera d’arte? Non si può scrivere niente, se non ci si crede almeno un po’. E alla fine succede che ci si crede completamente. E non c’è niente di male, tutto sommato, perché è questa l’unica cosa che conta, in fondo: crederci! Senza stragi né bombe né morti, però: schivando il più possibile quella slogatura della civiltà, che è l’integralismo in ogni sua forma. Crederci, ma… con amore. Come se scrivere e vivere fosse la stessa, identica cosa: un sogno ad occhi aperti. Ma un sogno ereditato dal futuro, non so come dire… Insomma, uno di quei sogni che si realizzano sempre. Ma soltanto qui ed ora.
Eternità provvisoria, dottore…
(FRANCESCO TESTI)

Dedicato a tutti i diversi

L’OLTREUOMO

(DEDICATO AL DUENDE ALBERTAZZI)

Volevo essere un divo, m’è toccato essere un dio… Questo mi disse Albertazzi, la prima volta che lo incontrai in camerino, al termine di un suo bellissimo spettacolo al Teatro Argentina di Roma… Colpo di fulmine: capii subito che in futuro avrei scritto qualcosa su di lui, ispirandomi alla sua figura così fascinosa e magnetica, capace con una sola battuta di farmi sentire tutto il viaggio di una vita, quell’antico cinema in 3D che è il teatro come lo intende lui, un non-luogo in cui si materializzano i sogni di una narrazione che è legame vivo, umanità profonda.
Sì, “L’OLTREUOMO” è un monologo che ho scritto per Giorgio Albertazzi e che trae ispirazione dalla vita stessa del grande attore. Il monologo mette in scena stati d’animo più che vicende, ad ogni modo protagonista è un vecchio uomo di teatro, che cerca di scrivere un’autobiografia, ma qualcosa d’incombente sembra impedirglielo. Questa è la trama. Ma “L’oltreuomo” affonda le sue radici nell’astratto, in un teatro che ha ben poco di descrittivo e moltissimo è lasciato all’immaginazione, come in un abbandono lirico ad un sogno. Un monologo interiore, dunque, dove l’io dell’oltreuomo-Albertazzi si frantuma e s’incolla agli altri personaggi, come se fossero le sue stesse emanazioni, che si animano in una sorta di collegamento psichico, forse un viaggio tra i morti. L’oltreuomo-Albertazzi, semplicemente, è un acrobata dell’intelletto, un artista che porta con sé lo spettatore in continue ed imprevedibili aperture di senso, tra scivolamenti ed ascensioni, metafore stravaganti ed ellittiche, che si prestano spontaneamente a molteplici interpretazioni. La sua scena allora, dovrà essere metafisica come una topografia mentale, abitata da speranze e paranoie, luci ed ombre, ricordi e ritrosie, corpi e vanità, uno spazio interno-esterno, che prende respiro per approssimazione, in un arbitrio poetico anarchico e quasi improvvisato, immerso in tutta la follia del raziocinio…
Interpreterò io questo monologo, ma solo perché devo fare di necessità virtù… L’attore di cui avrei bisogno, infatti, è un gigante del teatro, un universo d’intuizioni e sfaccettature, una specie di ritratto cubista… Un interprete che sa mantenere alto il valore simbolico che il teatro rappresenta rispetto a cinema e tv, ma senza mai tradire però il suo stile unico, perché unico è il suo vissuto. Una figura volutamente indefinita, un atto d’orgoglio distruttivo nei confronti di qualunque scena prefissata, dove è possibile soltanto imitare. L’attore di cui parlo, vive all’interno di un percorso inventato, che gli permette di essere se stesso e di esprimersi liberamente, proprio perché è riuscito ad inventarlo liberamente…
L’attore di cui parlo è Giorgio Albertazzi.

(Introduzione allo spettacolo “L’oltreuomo”di FRANCESCO TESTI
Stagione di Prosa 2012
 Teatro Aurelio, Roma)

Ciao Giorgio…

POESIA COME SOGNO ININTERROTTO

Il primo ‘incontro’ con questo libro di Francesco mi ha ispirato alcuni passaggi musicali ravvisabili in Bach (Preludi e Fughe dal Clavicembalo ben temperato ma anche molte Suites Francesi ed Inglesi) per la serenità che il ‘’giardino’’ ha suscitato in me.
E questo ‘’giardino’’ è ad un tempo punto di partenza e di arrivo di stati d’animo, dubbi, riflessioni, movimenti nell’anima a volte vorticosi.
Colpiscono la brevità e la concisione di queste poesie, a tratti folate impetuose di vento, un vento ‘’emotivo’’ che scuote, a tratti meravigliose aperture del cuore all’amore puro, anelito di infinito. Esattamente come l’orchestra esegue alcuni passaggi densi di serenità, accordi che lasciano senza fiato. O anche momenti eterei, cristallini, quasi impalpabili.
Carezze sonore che producono ciò che spesso sono solito definire ‘’orgasmo interiore’’. Mi si permetta qui un legame con Messiaen, particolarmente il Messiaen della Turangalîla –Symphonie (1948): il movimento n. 6 ‘’Jardin du sommeil d’amour’’ si presta benissimo a sensazioni di tal genere, dove è possibile apprezzare l’intensa dolcezza della sezione d’archi. La pace e la bellezza estatica che vi si respira è tale da rendere il respiro un’entità ‘altra’, attribuendo ad esso un significato ‘’meta – fisico’’.
C’è molta musica in queste poesie di Francesco, tanti ritmi a volte spezzati, a volte dolcemente uniformi. Intensa, a mio modesto avviso, poi, la pagina de ‘’L’ora del silenzio’’: qui la mia immaginazione conduce al Cage di 4’33’’ che non è per nulla un’opera silenziosa, in quanto il vero centro di attenzione dovrebbero essere i rumori casuali che si sentono durante il silenzio dei musicisti, al pari di quelli dati dalla caduta di un oggetto, dal ronzio di un insetto o dal respirare degli spettatori.
In ‘’Afasia del primo amore’’ avverto davvero diversi rimandi a ‘’Rêverie’’ di Debussy con quella nostalgia (il primo verso si apre con ‘Ritorna’) di tempi precedenti.
Nella intensissima poesia ‘’Questo cielo Anna è graffiato’’ la lettura si fa aggressione proveniente da mille sensazioni intrecciate tra loro. Non posso non ripensare, a tal proposito, ad un brevissimo brano per pianoforte di Boulez (Notations n. 2, ‘’Très vif’’) in cui l’estrema difficoltà tecnica esalta le sonorità taglienti provocate dalle masse violente di suono (in questo caso glissandi a due mani) all’inizio ed al termine.
La musica ha l’eterno potere di creare milioni di scenari emotivi sempre cangianti, sensazioni così lontane tra loro come in ‘’I gabbiani di San Pietro’’ in cui aneliti di libertà sono al centro di questa poesia meravigliosa.
Felici di sentirsi ‘esseri finiti’ ma al contempo in grado di abbracciare l’inifinito.
Questo libro di Francesco è densissimo, come tantissime fotografie istantanee di un momento, una sensazione come lampo improvviso, esattamente come un ‘’Improvviso’’ di Schubert o Chopin.
Nel medesimo istante in cui un’impressione si fa Musica…dal cuore al mondo attraverso le mani (sul pianoforte in molti casi).
Numerosi rimandi al Debussy dei Preludi (‘’Brouillards’’ tanto per citarne uno) o al Satie più intimista di Gymnopedie, molto presente in tanti monologhi con cui Francesco ci delizia. In particolare, come appunto in diversi Preludi di Debussy in cui il titolo risulta estremamente sfumato, allusivo rispetto all’oggetto od all’avvenimento a cui si riferisce.
Non che l’oggetto o l’avvenimento non siano in alcuna relazione con la musica, il soffio leggero del vento, i passi sulla neve ghiacciata, le chitarre, i tamburi, le campane trovano riscontri musicali non solo simbolici ma spesso addirittura onomatopeici.
Ce ne sarebbero tantissimi altri di riferimenti musicali che la lettura attenta di queste poesie potrebbe suscitare in ognuno di noi, preferisco fermarmi qui.
Credo, in ultimo, che il lasciarsi entrare dalla poesia di Francesco, attraverso le moltissime sfumature di cui si compone, possa senz’altro far risuonare le corde della nostra sensibilità.

(Intervento di GIANNI DI FRISCHIA tenutosi Domenica 22 Maggio 2016 all’Enoteca Letteraria di Roma su SENTO DELLE PERSONE IN GIARDINO di FRANCESCO TESTI, Edizioni Helicon )

 

LA STANZA DELLA MEMORIA

Ricordare è come vivere: meraviglioso e spaventoso insieme. Perché tra i tuoi ricordi c’è il primo bacio, per esempio, ma pure la prima volta che hai visto recitare sulla scena della vita, anche la morte. Per me è successo con mio nonno: mia madre dice che quando seppi della sua dipartita, scappai in giardino ed infilai la testa tra le sbarre del cancello, rimanendo incastrato lì per un bel po’. Ma ero troppo piccolo e onestamente non ricordo se è andata davvero così… Peccato, ricordare è importante. Soprattutto nel caso di eventi terribili, quali genocidi e crimini contro l’umanità. Lì, ricordare assume la valenza di un monito a non ripetere gli stessi errori, le stesse tragedie, sensibilizzando il più possibile l’opinione pubblica: la Giornata Della Memoria esiste appunto per questo. E la Sala Della Memoria pure. In questa preziosa stanza, nel centro di Civitella, sono davvero fiero e onorato d’aver dato, in tal senso, un contributo anch’io: passeggiando con Anna per questo splendido borgo tutto teso verso il cielo, ad un tratto ci siamo accorti che una poesia del mio ultimo libro è stata pubblicata proprio all’entrata di quest’istituzione, ben visibile a tutti. Ci siamo commossi, ovviamente. Non solo, io personalmente ho avuto anche memoria del figlio che non ho. Mi spiego: nell’atto di leggere i miei versi dentro la teca, ho improvvisamente pensato che sarebbe stato bello dire tutto quello che ho detto (scritto) finora, a mio figlio. E chi lo sa, ho pensato tra me e me, magari la memoria fa anche begli scherzi ed è solo il firmamento di una grande notte d’amore, quell’intreccio collettivo delle anime che, in definitiva, è la Storia, e che ci emoziona tanto, proprio perché ci fa sentire di essere tutti membri e rappresentanti, figli e genitori, fratelli e sorelle, nonni e nipoti, della grande famiglia umana. Finito di leggere, ho fatto un respiro profondo e, come in un lieve spaesamento, ho percepito l’indescrivibile odore del tempo: qualcosa di simile a quello dei camini in inverno e dell’erba in primavera, mentre l’estate e l’autunno, scoloravano nel blu della sera: stagioni, foglie, radici di una quercia gigante e per lo più campata in aria…
Lasciando la Sala Della Memoria, siamo passati a rivedere la rocca, anch’essa testimonianza a dir poco eccezionale. Il vento che la attraversava era gelido, tipico delle sere di Gennaio, e mi sembrava di sentire in quel vento, il lamento dei rami caduti, spezzati da quell’implacabile brezza ghiacciata, che ora s’infilava ovunque, dentro ogni feritoia, in ogni crepa della rocca, e da qualche parte, mi parve davvero di sentire urlare… Dio alitava in quell’urlo, o almeno così mi sembrò di capire. Era un teatro della sofferenza, è vero, quello che si apriva al nostro sguardo, eppure non me ne ritraevo, anzi, ne coglievo tutta la crepuscolare bellezza, dirò di più, l’intima consolazione, la profonda comprensione dell’umana sorte: era un teatro, quello, dove si poteva anche piangere, ecco. Mamma mia, da dove viene tutta questa ispirazione, mi sono chiesto allora. E mi sono risposto semplicemente, proprio come si rispose Wislawa Szymborska, nel suo famoso discorso in occasione del Nobel: non lo so. Come lei, neanch’io so, né ho mai saputo veramente, da dove proviene  l’ispirazione che mi porta a creare un’opera, che sia una poesia o un racconto, uno spettacolo… A volte mi dicevo: è quella penombra, altre volte: è quella fronda, quella suggestione letteraria, quella musica, quella donna… Ma tutte le volte mi rassegnavo e non potevo far altro che assecondarla, confidando che fosse lei, in quel momento eterno, la mia scala verso il cielo. E più andavo su, più il vento si faceva forte e spettinava i miei pensieri, distraendoli, come attraversati da divine interferenze… Scendendo, poi, ancora a mezz’aria, mi cominciavo a fare domande, tipo: perché sul fondo di ogni risata, si deposita sempre un po’ di malinconia? E’ la stanchezza di vivere? E che differenza c’è tra chi crea per forza di volontà e chi per forza di necessità? E si possono unire tutte e due le forze? Insomma, stavo lì, imbambolato, ancora alla ricerca del mio verso natale… Risposte, risposte, risposte! Anche adesso, scrivendo, sto cercando di razionalizzare, quando invece, forse, si nasce proprio per l’opposto: per imporre nient’altro che il nostro mistero. Finanche i nostri corpi, magari, sono stati dati in affitto all’anima, e quindi, neppure loro sono del tutto nostri! Certo, quando sei lassù, al culmine dell’ispirazione, è facile montarsi la testa e cadere in preda a manie di grandezza, un po’ come il gallo, che al mattino, crede di far sorgere il sole. Ma, a dir il vero, lassù i miei pensieri potevano anche sentirsi belli alti, ma in fondo, soffrivano pur sempre di vertigini… Così, scendevo spesso e volentieri dalle stelle o dalle nuvole, anche perché temevo che, continuando a vivere in un mondo tutto mio, mi sarei potuto impiccare alla mia stessa immaginazione, dimenticandomi completamente della realtà. Come vedete, anche a questo proposito, ricordare è importante. E’ una specie di premonizione, forse, di quell’eterno ritorno di fiamma che è la vita… Mentre pensavo tutto questo, Anna, per l’appunto, mi ricordò che scadeva il parchimetro, e così c’avviammo alla macchina, verso la magnifica terrazza panoramica del paese. Lì, mentre un autoctono ci scattava qualche foto-ricordo, mi chiesi inavvertitamente come mai a Roma mi dessero spesso del provinciale e ad Arezzo, invece, del cosmopolita… Quell’assurda, estemporanea curiosità, s’incuneò come un filo di rame tra le mie memorie, vere e proprie stanze mobili: un po’ paludi da cui tenersi a distanza, un po’ palle di vetro riflettenti la vera natura dei sentimenti: sogni verticali. E improvvisamente, mi balenò in testa l’immagine di quello strano ragazzo, che per scherzo, all’ingresso della scuola, vendeva panini imbottiti della merda di sua nonna… Alla sola idea, scoppiai a ridere a più non posso,  e Anna mi guardò piuttosto perplessa. Stavo quasi per spiegarle, ma ormai la valanga di ricordi non si arrestava più, e così, di colpo, mi tornò alla mente anche l’acribia, con cui la mia psicologa sosteneva che curandomi, avrebbe potuto ledere la mia indole artistica… Mi ricordai delle tante incomprensioni con mio padre; del giorno in cui la mia mente si divise in due, come il sorriso in lacrime del clown; di tutta la vita buttata dalla finestra, sprofondato in un divano o in una fantasia, passeggiando a braccetto con la mia voglia di morire, per l’eterna periferia dell’anima, come il morto che ha paura di vivere e si nutre solo di distruzione e dolore… Mi ricordai delle mie notti insonni, passate ad osservare le pareti mettere su pancia, fino quasi a partorirmi. E poi mi sovvenne pure Katiuscia, la domestica russa dal seno americano, che faceva di tutto per attirare la mia attenzione, ogni volta che entrava a rassettare la mia stanza… Io facevo finta di niente e lei s’indispettiva da morire! Anche se aveva più di sessant’anni, sotto sotto ci godevo a sedurla, rifiutandola… Passai in rassegna tutti gli amori perduti, le donne che mi avevano amato così tanto, da non lasciare spazio neanche ad un bacio, e alle quali, più che una storia d’amore, proponevo soltanto un delitto: desideravo entrare in quelle donne, sì, ma senza neanche saperlo. Mio Dio, quanti ricordi… E anche se intrisi di una certa amarezza, sono pur sempre i miei ricordi, no? Balocchi sparsi di un gioco che si affaccia sempre su quello degli altri, fino allo sconfinamento finale. Sì, perché ho l’impressione che finché non ameremo tutto e tutti indistintamente, non sarà mai possibile risvegliarci insieme… Mettere in atto quest’unità di risveglio, sa davvero d’impresa impossibile (tanto quanto rubare in casa dei ladri o vendere pentole e materassi a Giorgio Mastrota) ma ne vale comunque la pena, credo. Il trucco, forse, sta tutto nel regalarsi un po’ di tempo libero ogni giorno, e pensare alle cose più belle della nostra vita. Se ci penso in questo preciso istante, per esempio, mi vengono in mente un mucchio di cose, ognuna delle quali con la sua specifica importanza: che si tratti di mia moglie o di una poesia, di lavoro o di vocazione, di teatro o di una canzone, di un tuffo nel passato o di una ventata di futuro, di un buon amico o di un buon libro, di angoscia o di allegria, d’incontri o di scontri, di sogni o di incubi, di verità o d’invenzione, di una scultura o di una farfalla, di una cattedrale o di una margherita serale, di un grande film o del polpettone di mia madre… E così pensando, approdo finalmente ad un tempo senza tempo, sicuramente limitato ed altrettanto sicuramente in attesa di realizzazione; ma è in quel tempo, in quel paesaggio sospeso tra coscienza e incoscienza, che, anche solo per un attimo, riesco a vedere giovani come me, diventare secoli, e i loro pensieri neve, che non ha più arroganza né viltà da dare, ma solo silenzio per cadere: il silenzio del perdono, forse.
In punta di ricordi.
(FRANCESCO TESTI)

LA NUOVA EROTICA

Tutto ebbe inizio con un bacio. Come al solito, direte voi, e invece no. Perché non si trattava di un bacio qualunque: si trattava di un bacio sulla gnocca. Scusate se urto la vostra sensibilità, ma è di questo che si trattava. Ma forse è meglio cominciare con un inizio più canonico…
Erano i tempi dell’Università ed io non ero più vergine, ma neanche navigato. Non ero né carne né pesce, né ateo né credente, né primattore né servo di scena, né spaccone né timido, né stupido né particolarmente intelligente, insomma, il mio foglio di vita era ancora praticamente bianco, come se dovessi ancora nascere, e in un certo senso era proprio così. L’unica cosa ben definita della mia giovinezza era l’ossessione di diventare povero, che però, più che a lavorare mi portava all’inerzia (spesso stavo a letto tutto il giorno, credendo di essere un pensatore o mi regalavo interi anni sabbatici, sostenendo che anche Einstein aveva elaborato così le sue rivoluzionarie teorie) e all’avarizia più sordida, risparmiando anche il centesimo, e indossando sempre gli stessi indumenti per anni e anni. L’altro mio tratto ben definito però, a pensarci bene, era davvero nobile: la curiosità. Non sottovalutate questo valore, col tempo, si sa, è facile perderla un po’ per strada, ma all’epoca era fortissima in me e mi portava a voler conoscere qualsiasi cosa, dalla più importante alla più ridicola, dall’orizzonte più  complesso all’ennesimo cul de sac. Perché tutto serve e tutto è vita, amore o odio che sia, e i nostri occhi hanno bisogno del nero per vedere il bianco, e viceversa. Quindi, dicevo, ero molto curioso. E quale può essere la curiosità suprema, se non quella per l’altro sesso? Sì, ero curioso ma, ci tengo a precisarlo, mai indiscreto. Amavo esplorare l’inesplorabile, ma mai senza il permesso dell’altro: non ho mai forzato una porta in vita mia (metaforicamente e letteralmente parlando) e mai lo farò, proprio perché credo fermamente nella discrezione, una presenza che dà felicità per sottrazione: non importuna e di conseguenza non viene importunata. Ma, a onor del vero, la discrezione non funzionava proprio con certe donne… Per fare colpo su quelle (di solito le più carine)  bisognava essere appunto indiscreti e virili, aggressivi al punto giusto, non so come dire… Quel tipo di donna io non l’avrei mai conquistata; non che me la prendessi più di tanto, anzi, mi sono sempre consolato alla grande, dicendomi che ero troppo intelligente e sofisticato per avere successo con loro; le mettevo in cattiva luce nei miei pensieri, le svalutavo, dipingendole come corrotte e insensibili, belve feroci che si aggiravano per la città tutte fiere della corona di cazzi che portavano. Insomma, quelle donne mi spaventavano, mi sembrava che le loro anime fossero di gomma… E poi scusate, io cosa c’entravo con loro? Io ero l’uomo abitato dal vento, superiore e inaccessibile, le avrei sempre sorvolate col mio estro, condannato per tutta la vita alla libertà. Al massimo, avrei affondato la mia penna (il pene psichico) nella carne (la vagina) della loro anima. Tutto o niente, insomma, e per sempre, non solo per una notte o per un’ora. Per riuscire in tutto questo però, dovevo correre. E veloce anche, per non farmi prendere da tutti gli amici di Facoltà, che vivevano solo di mediocri pettegolezzi sessuali di ogni sorta (non sto a raccontarvi della donna extra vergine o della grassona dall’ano santo, tantomeno di tutte quelle prodezze maschiliste, che si potrebbero raccogliere facilmente sotto un’unica voce: teatralità del pene). E devo ammettere che ce la feci senza tanti problemi, facendo semplicemente una vita ritirata, anche a costo di passare da asociale, fumando rigorosamente da solo e andando sempre a letto presto. Con questo però, non voglio dire ch’io fossi casto e puro, etereo o impalpabile, no, anch’io subivo il fascino di seni e culi nudi, anch’io ero un uomo, ci mancherebbe! Ma, ripeto, abitato dal vento. E anche quando quel vento era nero, non disperavo mai di strapparlo via da me stesso; così, la sera, amavo frequentare le più sudicie osterie, bassifondi chiassosi e luride topaie, e lì, seduto comodamente a tavola, mi divertivo a scorreggiare in santa pace, indisturbato. Per il resto, mi muovevo nascosto nel mio giardino segreto, ma sempre in attesa di quella fanciulla, che affacciandosi, m’avrebbe fatto impazzire, senza alcuna remora morale, anzi, portandomi a scoprire le verità più oscene, ad assaporare tutta la meravigliosa indecenza dell’amore. Perché, a ben vedere, non era l’impudicizia ad impaurirmi, ma la superficialità con cui tale impudicizia (non) veniva affrontata. Bene, fatta questa doverosa premessa, passerò ai fatti.
Quell’inverno, in Facoltà, non si parlava d’altro che di lei: la nuova arrivata, la strana studentessa che rispondeva al nome di Juliette. Era una francesina, che faceva l’Erasmus lì da noi, a Firenze. Bellissima ma, ripeto, alquanto strana… Dai suoi atteggiamenti (occhi bassi, andatura lenta, carnagione bianco spettrale…) avresti detto che soffrisse di tristezza cronica o per lo meno di frequenti crisi depressive. Ma ovviamente, non era di questo che parlavano i miei baldi compagni di merende. I nostri parlavano solo ed esclusivamente del fatto che chiunque l’avesse minimamente corteggiata, era finito subito a letto con lei. A letto, sì, ma ad una sola condizione: baci sulla gnocca e nient’altro. Già, solo sesso orale, e da una parte sola. Beh, non era proprio quello che si dice un rapporto alla pari, ma poteva anche risultare interessante, e comunque le sue condizioni erano quelle: prendere o lasciare. A lezione, ogni volta che la vedevo, ero preso da strane caldane, un senso di paura e di repulsione, m’interrogavo sul perché di certe perversioni o semplicemente di certi capricci di origine sessuale. Ad ogni modo, la curiosità un giorno prevalse sulla paura, e la avvicinai. Successe davanti al distributore di caffè, mi feci coraggio e le offrii da bere. Cominciai col farle dei complimenti sul suo italiano quasi perfetto, ma lei, chissà come, aveva già capito tutto: sì, aveva intuito subito che ero bell’e pronto per la prova orale! Così, lasciando cadere nel vuoto le mie frasi di circostanza, cominciò a sfoderare tutto il suo dolore cosmico, accompagnandomi nei paraggi dell’estinzione: viviamo un’infinita fine della storia, disse ridendo, ma quella risata mi seppellì letteralmente. Non so bene come, ma mi seppellì. In quel riso amaro, s’intravedeva davvero la terrificante carcassa del nostro futuro. Il suo linguaggio cifrato mi aveva come stregato, sì, quella voce era un magnete di seduzione, ma in quella risata agghiacciante e diabolica, sembrava scritto a caratteri cubitali: NON INNAMORARTI DI ME, NON TI CONVIENE.
Che roba, ragazzi, mi sembrava d’avere appena conosciuto Laura Palmer! E Lynch, David Lynch, era dappertutto in quegli anni, in ogni momento e in ogni luogo, a filmarci sornione e preoccupato nello stesso tempo.
Ma torniamo a noi. Poco dopo aver fatto due chiacchiere, eravamo già a casa sua, ad appena due isolati dall’Università, disertando lezioni e dispense. E lì, in quella stanzetta, feci tutto quello che voleva in religioso silenzio. Mi bastò chinarmi per sentirmi un cane di fronte alla marmellata. Mi abbeverai alla fonte aperta delle sue cosce di cera, fino ad estinguere davvero ogni sete. Da quel giorno in poi, lei sarebbe stata la mia Circe ed io il suo porco preferito, almeno per il tempo d’un pomeriggio, da trascorrere tutto in quel piccolo monolocale di Firenze Campo Marte. Il suo sesso a volte sapeva di tappo, ma mi sembrava sempre infinito e limpido come un crepuscolo. A volte ci vedevo un sorriso, a volte un cuore, una mandorla, un volto, altre volte una fragola pelosa, altre ancora la via lattea, una rosa… Le sue reazioni? Scarsamente comprensibili e ambigue come lei: lamenti e gemiti insieme, per un istante credevo fosse in estasi e sentivo i botti di capodanno, l’attimo dopo mi sembrava di fare continui buchi nell’acqua… Ogni volta che ero parzialmente stremato da quegli estenuanti esercizi di lingua, m’inventavo che dovevo scappare o perdevo il treno per tornare ad Arezzo. Lei, in un secondo, si rimetteva le mutandine, e mi salutava gentilmente sulla porta. Io invece, imbarazzatissimo, non riuscivo neanche a guardarla negli occhi: “Beh, è stato un piacere…” mi uscì fuori di bocca una volta. “Il piacere è tutto mio” fece lei di tutta risposta. Ogni volta scendevo le scale come un ubriaco e sbandavo, ridevo, provavo una sensazione di piena libertà interiore, quasi un’ebrezza… Ma in treno verso casa, già si faceva buio nella mia mente: ero pazzo di gelosia. Non riuscivo a tollerare l’idea che già in quel momento, qualcun altro stesse bevendo a quella sorgente… M’ero innamorato? Oppure era solo smania di possesso? Ad ogni modo stavo male, avevo i crampi alla lingua e non facevo altro che pensare a lei. Ma una sera, in quel regionale, mi venne il colpo di genio che, forse, avrebbe risolto tutto.
L’indomani mi fiondai a casa sua e la implorai in ginocchio di accettare almeno una mia condizione. Lei mi stette ad ascoltare sospettosa, ma incuriosita: mentre io leccavo, lei avrebbe dovuto leggere ad alta voce alcune mie poesie scritte appositamente per l’occasione. Ovviamente speravo di fare colpo, vagheggiavo che s’innamorasse di me almeno un poco e non mi considerasse più soltanto come il suo toy boy. Inaspettatamente, lei accettò di buon cuore, ed io esultai dentro di me come Del Piero contro la Germania ai Mondiali di calcio 2006.
Dopo ore di oralità, verso sera, m’accompagnò per la prima volta in stazione, passando per i giardini pubblici vicino allo stadio. Volevo prenderle la mano o abbracciarla, ma lei mi sembrava talmente distante… Allora improvvisai, chiedendole se le sembravo pazzo per quell’idea delle poesie, e lei: “ Tu non sei un pazzo. Semmai uno scrittore.” E lì m’arrestai di colpo. “Ti piacciono, allora?!” azzardai sicuro. “A volte…” rispose per farmi stare sulle spine, ma poi si rivelò: “Quando le tue dita inciampano e bucano il foglio… Mi piace soprattutto quello.” Mamma mia… Mamma mia, che voce sexy aveva, con quel suo accento francese… un vero sollievo per le mie orecchie. Eppure qualcosa dentro di noi stonava, già, quel dialogo aveva tutta l’aria di un’elemosina dei sentimenti. Mentre pensavo questo, furtivamente Juliette mi mise qualcosa in tasca, sussurrandomi all’orecchio: “Da leggere in treno…” e se ne andò via correndo, una corsa surreale e assurda, a metà strada tra E. T. e Forrest Gump. Sul serio, era così ipnotico vederla correre, che mi misi improvvisamente a correre anch’io, ma nella direzione opposta, sennò perdevo il treno. Salito sul regionale, mi chiusi subito in bagno e aprii la letterina che m’aveva infilato in tasca, lontano da sguardi indiscreti. Ragazzi, perdonatemi, ma non posso dirvi tutto di quella lettera, solo l’essenziale. E l’essenziale suonava grossomodo così:
“Vorrei morire in piedi
come una vergine senza prove
un albero senza foglie”
Mi sentii gelare il sangue, leggendo quei versi a dir poco stupendi, ma senza speranza. Qualcosa non andava, no, non andava per niente, come quando avverti un rubinetto dell’acqua lasciato aperto. Percepii, in un lampo, tutta la sua voglia di morire. Percepii soprattutto che era vera, autentica, non una semplice posa. Allora, mi sedetti sulla tavolozza e mi misi le mani tra i capelli: mi vergognavo. Mi vergognavo profondamente d’aver fatto troppo poco per lei, anzi, sotto sotto, m’accusavo d’aver sfruttato per l’ennesima volta lo sfruttabile, come se mi fossi approfittato di una psicolabile o qualcosa del genere… Uscito dal bagno, presi posto vicino al finestrino, per contemplare l’imbrunire. Non so perché, ma per un attimo mi chiesi se potevano esserci villettine a schiera nel cosmo, in chissà quali pianeti lontani… Fu solo il preludio delle mie ubbie e dei miei rovelli: per una volta che ero riuscito ad aprirmi, a farmi coraggio, ad essere più sicuro di me e a provare il desiderio di svelare il mio invalicabile, puntuto magistero alla rovescia, m’ero trovato col culo per terra, a passare di nuovo in rassegna le mie miserie e le mie mancanze. In fondo, cosa c’entro io con quella ragazza, mi venne inavvertitamente da pensare, siamo così diversi… Nonostante ciò, ero andato a cercarla lo stesso, avevo tentato d’investirla col tir del mio ego, e magari c’ero pure riuscito. Non potevo lasciarla in pace? No, sarebbe stato troppo semplice! Ma forse i miei scrupoli erano completamente gratuiti, retaggio di un senso di colpa inculcato nei secoli dei secoli; e io e lei, invece, c’eravamo amati e basta, ognuno a suo modo, certo, ognuno col suo bagaglio di fragilità e di risorse. Ma chi può giudicare davvero? Chi può sapere fin in fondo cos’è l’amore, la vita, la bellezza, quella che comunemente chiamiamo realtà? Solo Dio, pensai. Ma nessuno può prendere il suo posto. Ce lo vedete Dio a leggere il giornale e a sparare sentenze su ogni notizia che scorre? Io no. Tutte le volte che ho pensato a Dio, l’ho sempre immaginato come qualcuno che riusciva a parlare di tutto come se lo riguardasse da molto, molto vicino. E questo mi affascinava terribilmente. Dirò di più, mi faceva venir voglia di imitarlo. Ovvio, con le debite proporzioni e con tutti i miei limiti. Ma il mondo, la natura tutta, era sempre riuscita a parlarmi come un libro aperto. Certo, un libro scritto da un poeta ermetico, che m’inviava versi enigmatici e all’apparenza lontani, versi che spesso non sapevo comprendere né decifrare, ma di cui leggevo in filigrana tutto lo splendore, la pioggia dorata di una verità tangibile, un riverbero di luce, la traccia misteriosa e insondabile di una dimensione scoperta per un istante e già svanita l’attimo dopo, ma comunque una dimensione di cui tutti eravamo tramite e frammento, e di cui potevamo inseguire, a nostra scelta, il lutto (la nostalgia) o la festa (la speranza), per qualcosa che ci apparteneva e che andava ben al di là del bene e del male, della nostra morale da quattro soldi, dei nostri pregiudizi, dei nostri bigottismi, dei nostri integralismi più o meno (s)mascherati. E per la santa curiosità che dicevo all’inizio, pur di vedere anche solo per un secondo quella dimensione, sarei stato disposto pure a strappare il sipario della mia vita, quel tanto che basta perché nell’intermittenza danzante di luci ed ombre, in quel puro chiaroscuro dello spirito, in quel buco penetrante di vertigine, l’attore lasciasse sempre più il posto al poeta.
Ma devo finire questa storia, quindi la farò breve: non rividi più Juliette. Non seppi più nulla di lei, il telefono dava spento, in Facoltà non si fece più vedere e a casa sua non rispose più al citofono. Perché sparire così? Era terrorizzata dal mio tentato coinvolgimento affettivo? Oppure la ripugnavo così tanto che non sapeva come dirmelo? A volte, a fine lezione, m’appostavo su una panchina nei pressi del suo portone, sperando di vederla entrare o uscire o anche solo apparire alla finestra, perché ero inspiegabilmente sicuro che lei fosse nascosta lì dentro. Ma niente. Fu su quella panchina che pensai: mi ha risparmiato. Ci ha risparmiati, anzi. Eravamo troppo diversi e allo stesso tempo troppo uguali, soccorrendoci saremmo affogati, nient’altro: io col verso e lei col sesso, infatti, non facevamo che esprimere il nostro disagio, la nostra incapacità a vivere: non potevamo aiutarci più di tanto. Oppure sì, vattelapesca… Senza dubbio la vita ha più fantasia di noi e probabilmente non ha senso parlare d’amore come si parla di previsioni del tempo. Tantomeno ha senso parlare ancora di cattive compagnie… Il vero punto di svolta è l’evoluzione d’un proverbio: chi va con lo zoppo lo aiuta a camminare o al massimo impara a rallentare, a fermarsi un poco sulla meraviglia di un particolare altrimenti trascurato: chi va con lo zoppo impara a contemplare. Comunque, proverbi a parte, con un colpo di spugna avevo mandato via tutti i miei rimorsi. E i rimpianti, invece? Beh, non rimpiango nulla, dissi a me stesso, mentre m’alzavo da quella panchina, per andare alla stazione. In quel preciso istante, una piccolissima foglia di pioppo s’era seduta proprio sulla mia panchina. Bellissima immagine, vero?
Ma per capirla, servirà un’altra storia…

 

(FRANCESCO TESTI)

IL GIARDINO DELL’AMORE

Ho appena finito di leggere “Sento delle persone in giardino” di Francesco Testi, un libro che richiede tempo e pazienza, perché la sua complessità di temi e tracce è senza dubbio qualcosa di singolare. Trattasi di una raccolta di poesie (oltre 300, scritte in soli 3 anni), opera seconda dell’autore, che s’impone all’attenzione per forza immaginifica e sensibilità introspettiva, ma anche per violenza espressionistica. Francesco Testi è poeta capace di parlare all’anima come un valore assoluto, che si manifesta prescindendo da ogni costruttivismo o contesto, mettendo in scena una vera e propria conquista dell’inutile. Non confondetelo col suo omonimo, famoso in tv per reality e fiction; il Francesco Testi di cui parlo è sì, anch’esso attore, ma di teatro, oltre che drammaturgo, regista e, per l’appunto, poeta. Nel 2012 fonda con Annalisa Bianchi il Teatro Da Camera, un teatro d’appartamento al quarto piano di un condominio di Roma, diventato col tempo il suo personalissimo atelier, in cui esprime se stesso attraverso la tela del palcoscenico. Con già all’attivo oltre 15 testi teatrali, tra liberi adattamenti e drammaturgie originali, Francesco si diverte ad emozionare e ad emozionarsi, nell’intimità metropolitana di casa sua, mentre Annalisa accoglie il pubblico con le sue scenografie minimaliste e visionarie, per un teatro al limite del rappresentabile, di cui è possibile parlare solo come di un’utopia. Detto questo, è facile intuire la produzione poetica di questo autore, certamente febbrile e scritta a caldo, come dichiara lui stesso; intensa, vitale, ma mai vitalistica; alternativa, paradossale, ma quasi mai esercizio di stile fine a se stesso. Poesia come sogno ininterrotto. E inquieto, figlio diretto di quell’urgenza comunicativa che non riesce a porre fiducia nella vita, una vita dissezionata e spersonalizzata in ogni sua parte, oggetto di una rassegnata, cinica pornografia del reale. In una società vinta dalla tecnica e totalitaria nella spasmodica massificazione del capitale, il poeta non solo è tagliato fuori (anacronismo? folclore?) ma è oltremodo condannato alla sofferenza psichica della mancanza di senso, e in definitiva, alla follia. Difatti Francesco urla per sapere di esistere, prendendosela a colpi di metafora con chiunque, Dio compreso, in un farneticante, disperato monologo a più voci. E rivive così, sulla propria pelle, l’esilio, il tragico esilio, che la poesia sembra vivere da sempre. Il suo lamento, allora, vibra di musica propria, in una lirica interna alla parola, indomita e a getto continuo, inscindibile da tensioni intellettuali e storiche pressoché infinite, come infiniti sono i significati attribuiti, in questo libro di selvaggia bellezza, all’esistenza, le trasfigurazioni del mondo, le epifanie della grammatica interiore, le pulsazioni dell’anima del cosmo.
Viene da sorridere pensando al titolo: “Sento delle persone in giardino”, ironicamente teso a suggerire uno spostamento di prospettiva dell’Io verso l’esterno, uno sguardo nuovo rispetto all’opera prima (“Autobiografia in versi”), un’attenzione da Francesco rivolta non più a sé ma al mondo. Niente di tutto questo: il poeta resta fedele a se stesso e nulla è cambiato, se non il linguaggio, che ora è up, in odore d’avanguardia, tra atteggiamenti incandescenti fino all’autocombustione e cadute di stile bukowskiane, quasi che l’autore si fosse pisciato addosso coi suoi stessi versi. Ma l’artista parla di sé, anche quando crede (e fa credere) di parlare degli altri. E in questo non c’è niente di strano o di osceno, questo fa il poeta: una rivoluzione umanistica, il cui eterno nome è inciso nel suo stesso canto. Contro la disumanizzazione in corso della nostra epoca, Testi rivendica il diritto a parlare della vita, parlando prima di tutto della propria. Qui sta l’epica di tutta la sua scrittura, nella libera offerta, come dal chiuso di un eremo, di una testimonianza di libertà autonoma e ineffabile: l’essere nella sua interezza, oltre che nella sua inesauribile sete di verità. Di qui forse il mancato incontro di Francesco coi miti del suo tempo e altresì il trionfo, irriducibile per il suo verso, e irrevocabile per la sua persona, della propria individualità. Non è un caso, se Otto Rank scriveva che l’artista è semplicemente chi diventa se stesso. Ed è per questo che in “Sento delle persone in giardino”, in fondo, non c’è assolutamente niente di nuovo: ad essere nuovo, casomai, è l’autore. Personaggio, più che attore, del suo teatro, la cui unica fede è l’arte, immortale porto sicuro di tutti i suoi incredibili vagabondaggi amorosi, delle sue ferite scorsoie, delle sue sensitività, delle sue psicosi di confine. Anche perché è proprio in quel porto che lo attendono, ogni volta che vi torna, le sue radici millenarie.

(PINO INCAS)

SENTO DELLE PERSONE IN GIARDINO
di Francesco Testi
EDIZIONI HELICON

(disponibile in tutte le librerie e su internet, PAGINE 300, EURO 15)

 

AUGURI PER IL MIO COMPLEANNO

34 anni sono passati dal mio arrivo sulla Terra e ancora non ho sfondato. No, non sono arrivato né al successo né a qualsiasi altra forma d’affermazione sociale. E ora che è già quasi inverno, non credo sia probabile una svolta imprevista. Ce l’ho con me, sì, in questo compleanno, in questo 10 Novembre 2015. E mi odio. Sì, mi odio, per tutta una serie di motivi più che plausibili. Mi odio quando disprezzo il meccanismo dell’esistere e la mattina non riesco ad alzarmi dal letto, perché penso che il mondo sia già sovraffollato di malati. Mi odio quando invece di telefonare ad un amico per uscire insieme, preferisco vagare per parchi, piagnucolando

 come un vecchio abbandonato alle dolcezze della disperazione. Mi odio quando odio il progresso, persuadendomi che è solo artefice di candide bombe a spese del contribuente e che teniamo in tasca un portafogli in pelle umana, da quando anche la miseria è quotata in borsa. Mi odio ogni volta che mi faccio del male e cerco come unico letto d’ospedale l’infanzia. Mi odio quando snobbo l’intera umanità, ponendomi al di sopra di tutti e pensando che i miei non sono libri di didascalie, supponendo di essere uno degli ultimi uomini pensanti in circolazione. Mi odio quando ho in antipatia chi scambia l’arte per una borsa d’acqua calda, mi odio quando mi scaglio contro chi vuole solo ridere e divertirsi a teatro, spiegandogli che il teatro non è un diritto, ma un privilegio e che ancora non esiste il teatro dell’obbligo, e meno male. Mi odio quando sentenzio che la democrazia è solo la tirannia della maggioranza. Mi odio quando mi nego avventure sessuali, preferendo rimanere un collezionista di attimi o un poeta, piuttosto che un amico per le palle. Mi odio quando coltivo nel cuore un ghiacciaio ed amo invaghirmi dell’inverno, la stagione triste, quasi fosse una donna che pian piano si spoglia davanti a me, e mi fa vedere l’anima, invece di guardare semplicemente negli occhi la mia donna e capire che è solo amore quello che resta, altro che!  Mi odio quando cerco la solitudine in lungo e in largo e mi accontento di fare quattro chiacchiere con le commesse dei negozi del centro, facendo finta d’interessarmi ad un maglione o a delle scarpe… Mi odio quando non mi alzo dalla poltrona, sostenendo che gli unici muscoli da tenere in esercizio siano quelli dell’immaginazione, e considerandomi un uomo contento di scrivere o creare, che giustamente ha già tirato le rime in barca. Mi odio quando, dopo aver seguito le tribune elettorali in tv, scendo in strada per annusare gli angoli dei vicoli trasformati in orinatoi, consolandomi che almeno lì sopravvive ancora qualcosa di reale, una qualche verità. Mi odio quando mi fermo sotto certi sagrati, ad aspettare l’eco del silenzio, ma allo stesso tempo mostro a Dio il mistero di chi non ha fede.  Mi odio quando penso che lo stato sia corrotto e getto la spugna, credendo che a certe condizioni, a certi compromessi, tutto sia già morto prima ancora che si alzi il sipario. Mi odio quando mi rintano tutto il giorno in una stanza, dicendomi che un artista non è mai veramente solo e divertendomi ad immaginare ogni sera di vivere in una città diversa: Parigi, Salisburgo, Madrid, Helsinki, Cracovia, Varese… Mi odio quando la mia ingordigia mi fa desiderare d’interpretare tutti i ruoli che ci possono essere in una commedia e di recitare anche per le feste, pur di non dividere la tavola col parentado. Mi odio quando non so controbattere alle critiche velenose o ai commenti negativi, come quando uno spettatore assiduo dei miei spettacoli, prendendomi da parte, una sera mi disse: mi fai schifo! Da quella sera non lo volli più vedere. E lui, allora, mi venne a cercare e mi trovò solo per dirmi che credeva fossi un amico e soprattutto una persona intelligente. Mi odio perché avrei dovuto rispondergli che 1) eravamo al massimo conoscenti e 2) non sono mai stato una persona intelligente, al massimo un genio. Mi odio ogni volta che, tutto schizzato di merda, mi ostino a non farmi il bidè, solo per la mia stramaledetta pigrizia!
Ma in fondo, forse, mi odio per un solo, grande, universale motivo, che contiene in sé tutti gli altri: non mi amo. Esattamente come il suddetto spettatore insolente, che ce l’aveva con me per il semplice motivo che, a suo avviso, io non lo amavo abbastanza. Così faccio con me stesso: mi odio perché non mi amo così tanto come dovrei o vorrei. Ne sono lucidamente conscio, ma non riesco a farci niente lo stesso. D’altronde, sono sempre stato paralizzato da mille insicurezze e paure, sempre spaventato, diffidente, sospettoso… Paura e arte, scriveva Bernhard: ferite reciproche.
Eppure, la notte, quando tutti dormono, io mi arresto un poco tra il sonno e la veglia, su quel ponte misterioso avvolto da ombre e nebbia. E lì, lì mi metto ad ascoltare la voce del mare, il suo mormorio sereno, speciale, fascinoso, ignoto e ignaro, contemporanea mente. E a volte mi sembra di percepire dentro quel mormorio, un grandissimo applauso, addirittura una vera e propria ovazione. Allora sogno di essere un attore importante, sì, di quelli che fanno davvero venire i brividi appena entrano in scena, che tu li vedi entrare e ti chiedi: e questo da dove viene?!? Come se fosse apparso improvvisamente uno spettro, una visione ectoplasmatica della realtà. E mi vedo lì, in casa mia, mentre do rappresentazioni private davanti al Papa o al Dalai Lama, e il loro applauso finale è infinito e scrosciante come quello dell’intero pianeta, forse del cosmo… A quel punto, mi sento l’uomo più felice del mondo, colui che dispone di ogni cosa e si basta, perché ogni cosa è già dentro di sé. Sì, l’uomo più felice che ci sia, che deve imparare soltanto a capirlo e ad ammetterlo alla propria coscienza. Allora, per un istante, mi sembra di aver fatto esperienza della morte e al contempo di esser tornato indietro, e tutto il mio corpo s’intorpidisce come dopo aver fatto l’amore e lì, in quella piena, completa, fulminante vulnerabilità, mi vergogno intimamente per aver fatto tutto quello che ho fatto, per aver detto tutto quello che ho detto, per aver scritto tutto quello che ho scritto, per aver respirato tutta l’aria che ho respirato. Per aver ceduto insomma, anche solo per un istante, alla tentazione di esistere.

(Dedicato a tutto l’amore pubblicato in cielo)

(FRANCESCO TESTI)

 

 

E’ SOLO POESIA QUELLO CHE RESTA

 Versi a parte, un matrimonio è importante. E visto che ormai sono arrivato ad un anno (un record per i tempi), posso ben dire d’aver svoltato! Certo, io e Anna, è come se fossimo sposati da 16 anni, e questo è sicuro quant’è sicuro che non ho mai regalato in vita mia una rosa di plastica, e che nonostante la mia esistenza scioperata, da dandy di prima scelta, non ho mai fatto dell’ideologia uno stile di vita: è come ai tempi della scuola: finivo i compiti per casa sempre un attimo prima che loro finissero me.
Ma un matrimonio è importante. Perché è vero che la luce della vita sta già tutta nella forza di un verso, e sono vere anche tutte le teorie sul sesso psicologico (il poeta tocca con le parole) ed è vero pure che quello che conta non è la felicità in sé,  ma la promessa della felicità, e che è più difficile scrivere un ricordo che la lista della spesa, su questo siamo d’accordo. Ma questa bellissima fede è una fede senza terra: non basta e non può più bastare. Sarebbe come vivere una morte a credito, senza nessuna responsabilità per chi ci vive accanto e per chi ci vive dietro. Perché si può vivere una vita meravigliosa anche solo guardando il mare dalla finestra, ma prima o poi arriva sempre quella notte di luna, in cui la marea si abbassa e ti mostra, una ad una, le lapidi del tuo cimitero marino: l’Inconscio. E lo confesso, non ha senso nemmeno chi si conforta in eterno nel frequentare chi sta peggio di lui: se davvero andiamo in fondo a quello sguardo infatti, è impossibile ignorare un ricordo che uccide. Insomma, è stupendo passare tutta la vita a tentare di tradurre il verso di un gabbiano, così com’è stupendo perdersi nel bosco innevato in pieno inverno e impazzire per il troppo genio… Ma chi aprirà, poi, la scatola nera del nostro povero cuore? Eh! Chi? Chi si avventurerà alla cieca, a tastoni, nella sua camera oscura, alla ricerca d’un interruttore, che non c’è? Chi ci bisbiglierà all’orecchio della prima volta che ha amato o che ha scritto? Chi ci sorprenderà, insomma, rivelandoci che, benché non ci sia niente di più bello del sogno, la bellezza è tutta nella realtà? Quello che voglio dire, è che l’umanità (l’arte anche di più) ha un compito di speranza. E per portarlo avanti, oggi più che mai, è necessario non accontentarsi più degli applausi a scena vuota: è ora di spostare l’ora, ecco.
Per tutto questo e non solo, sono fiero di dire che le mie poesie più belle sono i pomeriggi liberi passati con mia moglie, a bighellonare come fronde al vento, aggrappandomi a lei come alla magnolia del mio giardino, contemplandola in silenzio, alla luce della sera, a sentire di nascosto che di fronte a me è la mia stessa coscienza, come una profonda crepa, da cui germogliano i ricordi… Perché la coscienza è davvero una tana, ed è lì a testimoniarci costantemente la nostra assenza. Ragion per cui, ripeto, un matrimonio è importante: è  il respiro stesso della specie, e in fondo, il suo fine ultimo.
Qualche giorno prima che mi sposassi, esattamente un anno fa, la nonna di un amico mi disse, con una certa prosopopea, che ci si sposa per soldi, detta in soldoni. Mentre parlava, credetemi, mi sono accorto di russare ad occhi aperti. Sì, parlare con certe persone trasmette una forte nostalgia del silenzio. Così, tagliai corto con la solita scusa e me ne andai dove potevo restare solo, all’ombra dei sicomori. Lì meditai profondamente e andai alla deriva dentro visioni deliranti: carrelli, carrelli, attratti da chissà quale enorme magnete, nell’atto di tornare  da soli a fare la spesa… Poi, di colpo, fortissima, la voce di Dio: il male della nostra epoca, narrava, la sua tragica insensatezza, è tutta nel materialismo imperante: non i politici, ma i grandi carrelli governano il mondo, a schiere tumorali… Tutto questo, solo per dirvi che non mi sono sposato per motivi patrimoniali. No, non ci si sposa per soldi. Casomai per amore dell’amore. Quell’amore ferito ieri, oggi, domani, diecimila anni fa, sempre. E che sempre, quindi, ha bisogno di noi. E noi dobbiamo essere forti allora, perché solo in lui sono la nostra famiglia e le nostre radici. Anche se devo ammettere che non è facile: non passa giorno in cui le mie insicurezze non si facciano vive: a colazione sogno ancora di macchiare il caffè col latte di Anna, per esempio; spesso, la sera, m’incanto a guardare il volo delle passere al tramonto, sperando che mi portino via con loro; e la notte, prima di coricarmi, esco a fumare nudo sul terrazzino, per puro esibizionismo. Eppure il mio successo è innegabile, e per certi aspetti, irreparabile: in tanti non mi perdonano la fortuna di avere Anna e allo stesso tempo di essere un artista. E così, col sorriso delle iene, mi chiedono: allora, Francesco,  che farai da grande? Beh, a quel punto io, sapete cosa rispondo? Il malato. E lì si mettono a ridere, ma sotto sotto s’incazzano, sì, non gli va giù tutta questa mia libertà… Poveracci, non sanno che niente è più necessario del superfluo. O comunque si dimenticano che è solo poesia quello che resta.

(FRANCESCO TESTI)

 

“Sono cresciuto divorando i film di John Carpenter e Roman Polanski, per poi arrivare a Cronenberg e Lynch, Fellini, Truffaut, Bergman, Ferreri… Per molti versi sono stati loro i miei poeti, quelli che per primi m’insegnarono a pensare per immagini… Forse da loro ho preso anche un certo pessimismo, che sgrassato di ogni fanatismo, serve comunque a smascherare, almeno di un poco, gl’inganni dell’epoca, offrendo una visione oltre l’orrore del proprio tempo, di qualsiasi periodo storico si tratti, cosciente che il Male esiste tanto quanto il Bene. Con la differenza che oggi (come direbbe Godard) non si scappa più dal Male: il Male ci tiene per mano… La Poesia è forse un modo di commuoverlo, perché no. Ed io sarò sempre felice di tentare.
Però oggi è arrivata anche una brutta notizia dal mondo della Letteratura, la morte di Rodolfo Tommasi, che per me è stato molto importante per la mia opera poetica, soprattutto per quell’atto di fede che si compie con una pubblicazione (ancor più se si tratta del nostro esordio): l’atto di credere in se stessi. Per tutto l’amorevole incoraggiamento, per la passione sconfinata che sapevi trasmettere nei confronti dell’arte e della scrittura,

CIAO RODOLFO.”

(FRANCESCO TESTI)

 

LA TOURNEE DEI MIRACOLI

E così arrivò il giorno, in cui la psicologa disse che avevo sofferto troppo. Sì, secondo lei, dentro, ero così stanco da non avere più neanche la forza di smetterla di soffrire. Allora sentii una leggera brezza, come se improvvisamente ci fosse riscontro tra le finestre aperte dello studio, e per un secondo mi sembrò d’essere comodamente seduto nella valle dei morti. Cercai di dire qualcosa, ma le parole risuonavano nude e fragili nella mia mente, forse disturbate, appunto. Tra le lapidi al chiaro di luna, riuscii ad intravedere una specie di fantoccio, nell’atto di palleggiare con il proprio cervello, e pensai che doveva essere lo spettro del progresso, che voleva in tutti i modi trasformare l’uomo in un automa, fino alla più sordida globalizzazione della violenza… “A cosa sta pensando?” mi riportò alla realtà la dottoressa. Io prima scoppiai a ridere, come spesso mi capita  quando sono imbarazzato, e poi balbettai che non lo sapevo, che avevo perso il filo del discorso. “Il filo del Sé” ribatté lei, perentoria. Allora sfoggiai la mia cultura cinematografica, rispondendole che Bergman, il grande Bergman, diceva che la sofferenza ci caccia fuori dalla stanza dei bambini. Ma lei fu ancora più audace di me e mi freddò con la sua stessa ignoranza: “Bergman? Mai sentito.” E in più, mi liquidò dicendomi che l’ora a mia disposizione era finita. Sulla porta mi parve di vedere sul suo volto un’ombra di disgusto, quasi  avesse appena finito di parlare con un cadavere. Sì, perché quello, m’aveva detto che avevo: la morte nell’anima.
Fuori di lì, era la prima giornata di Primavera, ma io desideravo follemente che fosse Natale: mentre camminavo, immaginavo una silenziosa nevicata notturna sugli orti di casa mia, quasi un romanzo.
Tornai a casa sfinito da mille congetture, e covando una grande rabbia: non volevo più ascoltare i miei pensieri e volevo lasciare per sempre le carceri dell’ego. Allora scaraventai alcuni libri per terra, in preda alla collera, ma subito ne percepii il segreto lamento, e così li riposi di nuovo sulla scrivania. Dalla finestra vedevo i fiori in boccio, le verdi fronde, i prati lucenti… Tutto era in amore e tutto mi chiamava a sé, ma io proprio non ne volevo sapere. Così mi ricordai dei tempi della scuola, quand’ero capace di stare tutto il pomeriggio in casa a studiare. Per un certo periodo, all’epoca, una ragazza voleva sempre fare i compiti con me; in realtà, il suo intento era ben altro: non appena ripetevo ad alta voce il paragrafo studiato, lei divaricava le gambe alla ricerca disperata d’attenzione. Io facevo sempre finta di niente, finché un giorno non ce la feci più e lo dissi a mia madre che, scandalizzata, da quel momento le disse che per studiare io avevo bisogno della più completa solitudine. La reazione di mia madre era in qualche modo prevedibile, ma la mia?! Perché rimuovevo le sue avance? Ero davvero così secchione? O non era il mio tipo? Oppure quel tentativo di sedurmi mi sembrava indecente? Semplicemente, avevo paura. Quella ragazza aveva bisogno di tutto, in quel preciso periodo della sua vita, e me lo urlava in faccia con la sua bocca famelica, mentre io, io avevo tutto, ma volevo tenerlo solo per me (neanche avessi il pene di platino), e quindi, in un certo senso, era come se non avessi niente. Tanto che una mattina, incrociandomi all’entrata del Liceo, mi disse: “Codardo: dare e prendere sono la stessa cosa…” e lì rimasi immobile, senza parole, e a bottega aperta.
Ripensai a tutto questo, sdraiato sul letto di camera mia, dopo il duro incontro con la psicologa, e di colpo mi balenò in mente l’idea dell’ arte come un’immensa casa di cura, una grandissima terapia. E pensai al Maestro Pisapia come al più abile psichiatra che avessi mai incontrato nella mia via. Ho detto psichiatra, ma forse dovrei dire scrutatore d’anime , sciamano o, ancora meglio, uomo universale. Con lui ho appena finito una delle tournée più belle della mia vita e m’è rimasto da dire qualcosa d’indicibile, che però voglio dire lo stesso. Forse è stato quando, a Pescara, a notte fonda, cercando di scoprire dove fosse il mio albergo, bevendo qualcosa in un locale rimasto aperto, mi sono reso conto di bere la mia stessa vita. Oppure è stato quando non riuscivo a smettere più di ridere, nel pulmino, a Grosseto. No, è stato quando, all’alba, svegliandomi nella mia stanza d’albergo, per ripartire verso una nuova città, ho visto chiaramente la mia anima (molto più forte di me), infilarsi prepotentemente i miei vestiti e andare spedita a fare colazione. E’ stato quando, a Modena, ho preferito fare a piedi il lungo tratto che dalla stazione porta al teatro. E’ stato quando, viaggiando di notte, ho intravisto dal finestrino la casa della mia vecchiaia: un villino d’altri tempi immerso nella bruma, avvolto da canneti secolari, dove mi sono rivisto in salotto, davanti al camino, mentre inventavo storie ad una sconosciuta. E’ stato quando, a pranzo, ho cercato in tutti i modi la compagnia degli altri attori, dando finalmente risata alla risata e respiro al respiro. E’ stato quando, in Sardegna, sono uscito dal ristorante per fumare nel vento il mio sigaro ed ho pensato: “Occhio, non affezionarti troppo alla vita, che poi finisce, e ci rimani male”, ma poi, come per un colpo di coda, ho fatto in tempo a ribattere: “Ma questo è il punto di vista del morto!”. E’ stato quando sono tornato in treno da Bari, a fine tournée, e là, dietro al vetro, scorrevano ad alta velocità tutti i teatri, gli hotel, i ristoranti, le piazze, insomma, i volti dei ricordi: il sorriso di Nicholas, i calzettoni bianchi di Lucia, i sigari al cognac di Daniele, l’aria trasognata di Andrea, l’umorismo esperto di Liliana, la vitalità di Stefania, la parsimonia di Basti, il tango di Barbara, gli scatti nascosti di Holden, lo sguardo prensile di Marco… E ovviamente lui, l’uomo universale, colui che dorme sull’orlo della notte, senza mai cadere: Sergio. Il suo essere attore e regista insieme, in scena ricorda una presenza messianica, molto simile a quella di Tadeusz Kantor in alcuni suoi spettacoli. Ci sono uomini che sono  papà di… o figli di… o mariti di… E ci sono uomini che invece sono di tutti. E non dipende da loro, forse, è così e basta. Ecco, quelli per me sono gli uomini universali.
Se penso che alle prove ho immaginato per un attimo di lasciare tutto e  andarmene, per paura di non farcela, mi viene davvero da piangere! Grazie a Dio non ho ceduto a quel senso di panico interno, a quell’insicurezza cronica che m’accompagna come un’ombra e nei momenti clou si presenta alla porta come un ospite inatteso. Sì, grazie a Dio ho resistito! Resistere, resistere, resistere!!! Nient’altro conta! Resistere, sì, come una forma d’eternità! E magari tutti insieme! Fino a quando? Fino alla fine del mondo (fino a quando non si resiste più). E allora grazie Dio, per avermi fatto comprendere, anche solo per un momento, che posso chiamarlo teatro, talento, competenza, professione, necessità, vocazione: il nostro vero lavoro è l’uomo. Impedirne la morte, la distruzione di senso, l’atrofia del cuore. Sì, il nostro lavoro è l’uomo e il nostro cammino è per sempre.
E ora che sono qui da solo, davanti al mare, ora che gioco col mio cappello, ora che solco un assolato silenzio, ora penso a quei ragazzi. E mi sembra che il vento mi riporti in lontananza le loro voci, la loro giovinezza. E mi mancano, sì, mi mancano.
Ma d’altronde, ci sono cose che si fanno in compagnia e  ci sono cose che si fanno da soli. Scrivere, per esempio. Con il coraggio del codardo, sì,  lo ammetto, il coraggio di chi non osa dirle nell’attimo in cui le vive, certe cose, e così s’impenna furtivo nel ritardo del suo slancio. Il coraggio di chi si mette a scrivere un abbraccio.

(Dedicato a Ugo)

(FRANCESCO TESTI)

 

LA NOTTE CHIARA DELLA POESIA

Quel sabato sera dissi ad Anna che avevo bisogno di stare da solo e lei capì subito che non era per lei, ma per qualcosa che aveva a che fare con le mie solitudini amorose. Fuori, la città si riversava come al solito in locali e discoteche, mentre io mi facevo un bel bagno caldo, un po’ perché avevo voglia di meditare e un po’ perché, francamente, non mi lavavo da settimane. Asciugato, mi gettai nudo sotto le coperte e cercai di captare i suoni del condominio, ma tutto era silenzioso e sonnolento come un vecchio ospizio di campagna. Dal letto, mi divertivo ad intravedere le piccole folate di nevischio oltre la finestra, là dove il vento impera, ed emette gemiti inquietanti, celebrando il fascino metafisico della desolazione urbana. Cercavo di prendere sonno, ma qualcosa mi teneva sveglio e pieno di vita. Soprattutto d’inverno, mi capita di alzarmi nel cuore della notte, di vagare senza posa, stanza dopo stanza, tra rumori dimessi e odori di parole già consumate.
Dopo un po’, mi decisi ad uscire e a fare due passi. Appena uscito in cortile, con la coda dell’occhio, mi sembrò di scorgere la mia stessa anima affacciarsi alla finestra per un attimo e poi ritrarsi, tutta intimorita. Feci finta di niente e m’incamminai spedito verso il centro. Ma dentro di me qualcosa stonava:improvvisamente mi sentii vecchio. Vecchio, sì, grasso e vecchio. Mi sembrava d’esser diventato soltanto un egoista, perfettamente incapace d’interessarsi ad altri che a se stesso, come se la mia vita venisse doppiata dalla morte, voce sublime, ma pur sempre lugubre e sepolta. Anche il passato sembrava appartenere a qualcun’ altro, tanto m’era indifferente. Uno strato di lardo mi separava ormai dalle cose e dalle persone, fino a dimenticarmi di essere vivo: ipertrofia dell’ego. Allora cercai di ripensare alla mia infanzia, quando al crepuscolo, correvo alla grande finestra di sala, per vedere se il giardino mi avrebbe confidato qualche segreto movimento dello spirito della sera. Quand’è che muoiono i sogni, quand’è che nascono e quand’è che cessiamo di colpo di sognare, fino ad arrivare ad una notte d’inverno, in cui ci scopriamo terribilmente invecchiati? Tutte queste domande senza risposta popolavano i miei peripatetici pensieri. Quand’è, insomma, che ho smesso di abitare il mio cuore, tutte le sue ferite, tutta la sua passione. Ero all’altezza delle colonne del Bernini e San Pietro era deserta e biancheggiante, pareva di stare ad Helsinki. Ero solissimo, circondato da quei pilastri imponenti, come lo doveva essere Giacometti tra i suoi modelli di gesso. Un po’ di nevischio si fermò sulle mie labbra screpolate e, quasi irreale, mi sembrò di sentire l’intero Novecento andare via, sgusciare sotto le lenzuola mentre ancora dormivo e uscire di casa in punta di piedi, come un’amante col vizio dell’arte, una donna troppo bella per essere di qualcuno, un amore fuori corso. Fantasmagorie, pensai, fantasmagorie… Allora mi tornarono in mente le mattine dell’Università, a Firenze, tra dispense e sbadigli, corridoi asfittici come corsie d’ospedale, dove mi smarrii quasi del tutto, sentendomi costantemente fuori luogo. E ricordai quando, durante una lezione di psicometria, mi venne in mente di fare l’attore porno: m’immaginavo a girare lungometraggi quali “Aspettando godo!” o “No pissing!”… Ah, troppo divertente! Prendevo il quaderno e appuntavo pezzi di barzellette erotiche, che inventavo lì per lì, del tipo: qual è la canzone preferita dagli spermatozoi? Uno su mille ce la fa!!! E così via, pur d’ammazzare il tempo, quel tempo grigio, grigissimo, della perdita di coscienza. Ma all’epoca, lo ammetto, ero anche pieno di me e bastavo a me stesso, come una persona avvolta dalla propria eco, quel riverbero pazzo e intimo, scandaloso come una preghiera sovreccitata. Ero spavaldo ed esaltato, e ogni occasione era buona per prendermi maledettamente sul serio. Sentivo che la mia generazione aveva bisogno di slancio, di energia, di credere di più in se stessa, ecco. L’alternativa era la droga o lo shopping in tv. Ed io l’avrei salvata da tutto quello schifo, dandole direttamente le chiavi d’accesso all’inconscio collettivo, così da poter unire cielo e terra in un unico canto quotidiano, un principio d’empatia cosmica. Di quel mondo io sarei stato l’archistar, il genio eclettico e surreale, che, in un secondo, rende ridicoli anni e anni di edilizia, con la sola idea dei soffitti comunicanti. La stanzetta del mondo, così l’avrei chiamata, un sogno, devo dire, in buona parte realizzato.
Tutto quell’entusiasmo, quella mania di grandezza, quegli ideali mondani e scemotti, ma pur sempre vitali, positivi, pieni d’amore e fiducia nel prossimo, dov’erano andati a finire?! E soprattutto, dov’era finito il prossimo? E quel sognatore pieno di brufoli e con le palle d’acciaio? Ora, ora le mie palle sono di vetro, come i bicchieri che porto sempre con me quando vado in rosticceria, ancora intollerante alla plastica…
Pensavo a tutto ciò, scrutando l’alta luna d’inverno, una sorta di banana congelata. Ma come ho fatto ad arrivare a questo? Ho forse perso il concetto di Dio dentro di me? O forse semplicemente anche i sogni invecchiano, e come i libri ingialliti dal tempo, sono loro i nostri nuovi nonni, giganti buoni, dalla pelle di carta vetrata, a tenerci ancora per mano, cocciuti e preoccupati, mentre percorriamo il grande labirinto che è la vita; un labirinto in cui tutti, anche le persone più care, prima o poi, si dimostrano libri soltanto in prestito, da restituire alla biblioteca entro la scadenza pattuita. Certe mattine questa consapevolezza mi atterrisce e non riesco neanche ad alzarmi. E se mi alzo, vado al mercato del pesce, per vedere la gente che lavora e invidiare la loro grinta, la loro carica, la loro umile tenacia, e sperare che a forza di guardare, la mia invidia si tramuti in ammirazione… Che deriva! In fondo, se sparissi adesso, in questo preciso istante, chi se ne accorgerebbe? Mi sento inutile e scialbo come una scorreggia.
Alla parola scorreggia, il cappello mi volò via per una ventata troppo forte. Con la faccia assente, lo guardai sgattaiolare oltre i cancelletti del Vaticano, scomparendo nell’oscurità di Piazza San Pietro. Ci pensai un attimo e poi mi decisi a scavalcare le inferriate, intrepido e avventuriero com’ero una volta. Ma subito mi ricordai di quel colto senzatetto, ex professore di storia dell’arte, che una volta, proprio lì, a San Pietro, mi disse che c’aveva provato mille volte a dormire sotto il colonnato, soprattutto quando pioveva, ma la sorveglianza proprio non aveva gradito… A Natale però, gli avevano regalato un panettone a testa, a lui e a tutti i barboni di via della Conciliazione, e gli avevano fatto anche la barba! Sorrisi sghembo. Non m’interessava più il cappello. E non m’interessava più neanche la passeggiata. Faceva un freddo cane con quel vento gelido, e così me ne tornai a casa. Lì, m’addormentai quasi subito e per tutto il resto della notte feci strani sogni. Al mattino ne ricordai uno soltanto, ma strepitoso: ero ancora lì, alle transenne di Piazza San Pietro, a notte fonda. Dalla penombra, attraversando una lieve cortina di neve, una figura vestita di chiaro veniva verso me; s’avvicinava come uno spettro alato, fendendo l’aria pungente e frizzantina, e muovendosi alla velocità delle nuvole. Sì, era il Papa. “Tramontante” mi disse più volte e con mitezza infinita, “Mi dispiace per il tuo cappello: so che ci tenevi tanto… Tramontante…” A quel punto mi porse una specie di soprabito lungo e scuro, pesantissimo, e senza esitare lo indossai immediatamente.
Era il cappotto di Montale.
(FRANCESCO TESTI)

 

I CRAMPI DELL’AMORE
E’ vero che in ogni donna si nasconde l’universo. Così come è vero che nell’universo si nasconde un grande sesso, una porta insomma, che più sai che è proibita e più non sai resistere alla tentazione di varcarla.
Ora, tutte queste cose sono ovvietà, ma verso i 15-16 anni, mi tolsero letteralmente il fiato e al contempo mi aprirono la strada al mistero di Dio che è in ognuno di noi ed è proprio lì, dietro l’angolo, a portata d’anima, ecco.
All’epoca, guardavo tutto come dall’oblò di un’astronave e facevo il buffone sia a scuola che fuori, pur essendo uno studente affermato e un ragazzo per bene; no, non disdegnavo stare in gruppo, ma appena la conversazione si faceva banale mi chiamavo fuori volentieri. All’intervallo, comunque, mangiavo panini imbottiti come tutti gli altri…
Chi mi conosce, sa che il mio primo amore risponde al nome di Denise: la dolcissima compagna di banco, che una mattina qualunque mi spalancò i suoi occhi ed io ci cascai dentro con tutti i libri e i quaderni, compreso la Smemoranda.  Sì, nella mia vita c’è un Avanti e un Dopo Denise, nel senso che solo da quella mattina seppi dell’esistenza delle donne. Fino ad allora, pensavo che uomini e donne fossero sinonimi, che ci fosse solo qualche differenza strutturale fra di noi, ma niente di che. E invece, si trattava ogni volta di incontri ravvicinati del terzo tipo: alieni ci sfioravano o venivano a giocare con noi. E quando una donna ama, lo scopri di colpo e caschi giù dal pero. Già, nella donna amante si rivela davvero una metamorfosi, un’epifania, un’improvvisa confidenza di natura fantasmatica, che ha solo la forza d’un’apparizione evanescente, ma intanto, si nutre della tua muta meraviglia, dei tuoi divini mancamenti, nell’assistervi. Che spettacolo! (Stessa cosa dicasi ovviamente per gli spiriti eletti e per quelli condannati).
Ricordo ancora quelle mattine livide d’inverno, in cui m’alzavo veramente controvoglia per andare a scuola e speravo con tutto il cuore che lei fosse assente: sì, non ne potevo più di quella morsa allo stomaco che provocava in me la sua presenza, di quelle viscere squassate, di quel senso d’impotenza totale, di quella paralisi del respiro, e diciamo pure che al ricordo, ora, tutto mi sembra un’estasi sublime, ma lì per lì, mi sembrava d’essere violentato da un’intera caserma di militari infoiati. Quando uscivamo dal Liceo, però, e tornavamo a casa insieme, devo essere onesto, tutto era grazia: che piovesse o che splendesse il sole, che sbocciasse la primavera o che nevicasse: la sera, a casa, scendevo in giardino e pregavo la stella polare, che mi desse finalmente il coraggio di dichiararmi, l’indomani mattina. Ma niente. Per un certo periodo, provai anche con l’alcool: andavo in bagno tra una lezione e l’altra e mi scolavo una boccettina di grappa, sperando che mi sciogliesse un poco i nervi. Anche peggio: una volta rientrai in classe, preceduto da un monumentale rigurgito, che la professoressa scambiò addirittura per un atto di vandalismo psicologico nei suoi riguardi e per poco non finii dal preside.
Trovai il coraggio di dirle tutto (con tanto di poesie in allegato), solo dieci anni dopo. Come andò? Come la prese? Come reagì? Meglio non dire. Un crollo, almeno per me. E penoso… Tutte quelle carte sembravano un testamento ormai, un lascito, nulla più. Entrambi avevamo la nostra vita e mi sembrava di parlare con lei di un nostro caro estinto. Il passato è passato, sembrava dire ogni cosa in quel bar squallido come un autogrill in pieno centro. E la cosa pazzesca è che lo sapevo bene. Voglio dire, non speravo minimamente di riaccendere la fiamma o cose simili. Sapevo, sì, sapevo perfettamente d’aver già fallito tutto e che gl’innamorati mettono i loro nomi nell’inchiostro, ma l’inchiostro, il più delle volte, conosce solo la loro morte, come dice il grande Adonis. In effetti, sapevo. Ma non sapevo che prenderne coscienza con tutto me stesso, sarebbe stato così doloroso. Quando ci salutammo amichevolmente e la guardai allontanarsi col mio plico in mano, provai a consolarmi, dicendomi che il fallimento è il senso stesso della vita, come all’ultima puntata di una serie tv che ci sembrava infinita. Tornando a casa con lo scooterone, mi ripetevo “Ma com’è possibile?! Oggi ho solo un ricordo affettuoso di lei, ma all’epoca, com’è potuto accadere?!”. Mi rivedevo ragazzo, pieno di sogni e ingenua malinconia, che non riusciva a sventare l’ennesima Cernobyl dei sentimenti, l’ennesimo incendio d’ali. L’amore è un ballerino scaltro e audace, mi dicevo dentro il casco, un genio a sé, che danza perfettamente anche senza musica. Ma la verità è che prima o poi si stanca. Si accascia. Rimane a terra per un po’. E poi, facendosi terra egli stesso, scompare, come frutta marcia al sole. Qualcuno ha cercato di uccidermi, pensavo. Ma quel qualcuno ero io.
Il periodo seguente fu un disastro. Prima la depressione, per cui dormivo giornate intere, senza neanche la forza d’andare in bagno: mi portavo direttamente la padella a letto con me. Poi reagii bruscamente, cercando per lo meno di stordirmi con la merceria dei corpi. Sì, mi sganciai e decisi che era ora di buttarsi nella mischia, non so come dire. Andai a caccia d’amori proibiti, quelli da emicrania dopo l’incidente, tanto per intenderci. E chi cerca guai, prima o poi li trova.
Era estate, ed ero in villeggiatura con mia madre a Punta Ala. Dopo cena, ero solito uscire nel parco davanti casa, un po’ d’erba con un chioschetto pieno di giovani, confinante con una bellissima pineta, che diradava sul mare: tutto richiamava l’abbordaggio. Con la scusa della sigaretta, una sera attaccai bottone con Elisabetta, una biondina tutto pepe che m’intrigava senza però spaventarmi troppo. Dopo aver parlato di un mucchio di stronzate inventate di sana pianta, mi feci coraggio e la invitai a fare due passi sulla spiaggia: “E’ stupendo col chiaro di luna..” le suggerii piacione (Dio, quanto mi sentivo idiota).“Sei un romantico?” m’interrogò. Ci pensai un attimo e poi lanciai un no sicuro. “Meno male”, rispose, “ieri notte sono stata con uno che non faceva altro che parlare, parlare.. Possibile che non ci sia nient’altro da fare che parlare?!”. Via libera, pensai, pur tremando, e mi promisi di baciarla, una volta arrivati al faro. Ma non feci in tempo: appena entrati nella semioscurità della pineta, mi afferrò la testa con le mani e mi portò a terra, come risucchiato da una ventosa umidiccia, che m’incollava senza rimedio alle sue labbra carnose. Per una frazione di secondo, intravidi il faro con la coda dell’occhio e pensai: così muore una luce. Elisabetta era un paracarro e mi trascinava dove voleva lei, spingendomi giù, ancora più giù, fino al buio delle sue cosce. Allora io lo fissai impavido, feci un gran respiro profondo, e senza pensarci troppo partii in apnea, pronto a perdere di vista anche me stesso e a risalire fino all’origine della vita…
Ne uscii capovolto, come dopo aver visto Twin Peaks, per cui tante scene ti sfuggono magari, ma senti comunque che è stato un  bellissimo viaggio. Vidi che anche lei accusava il colpo, tutta fradicia e contenta. In un momento, c’addormentammo esausti, appoggiati ad un pino. E ci svegliammo direttamente all’alba, col vento freddo che ci pizzicava gli occhi e le bestemmie dei pescatori in lontananza. Per qualche minuto stemmo abbracciati, in silenzio, a guardarli lavorare.. Era magnifico! Ma poi sentii che non dovevo fare troppo il romantico, e così feci per alzarmi. Ci provai, ma inciampai nel mio stesso membro, che era ancora tutto intorpidito. A quel punto, Elisabetta si mise a ridere a crepapalle, senza smetterla più, e così, nonostante l’imbarazzo, scoppiai a ridere anch’io, senza più ansie d’accettazione: finalmente, mi sentivo libero. A colazione, al chioschetto, ancora ridevamo. “Non è facile farmi ridere, sai?”, mi sorrise, e su quel sorriso confondevo il giorno e la notte. Poi, improvvisamente, divenne seria. Prima volle offrirmi la colazione a tutti i costi e poi, addirittura, mi mise in tasca dei soldi. “Stai scherzando!” esclamai offeso. E invece no. Mi disse grazie con tutta la sincerità del mondo e, semplicemente, volò via. Per un poco stetti lì, incredulo, convinto che da un momento all’altro sarebbe tornata indietro, a dirmi che era uno scherzo. Ma non tornò.
A questo punto dovrei dire che mi si spezzò il cuore, che piansi, che mi chiusi a riccio da tutte le altre esperienze d’amore eccetera, eccetera… E invece, tirai solo un sospiro di sollievo, nel rendermi effettivamente conto che quella sconosciuta se n’era andata dalla mia vita: tutto sommato, non sapevo più cosa dirle, e neanche lei. Il nostro stesso incontro, il nostro stesso stare insieme, mi sembrava talmente forzato e posticcio… E anche lei l’aveva avvertito, evidentemente. Certo, è triste lasciarsi così, mi dicevo. D’altronde, cosa dovrei pensare, che mi puzza l’alito, che sputo mentre parlo? No, mi rassicuravo, non c’entra niente… L’unica cosa che ho davvero ragione di pensare è che grazie a lei ho vinto le mie inibizioni, dando oltretutto prova a me stesso d’essere uno stallone… Tornai a sedere al chioschetto deciso a non abbattermi e, anzi, mi misi a contare la mia paghetta tutto fiero di me. Allora la barista, che mi guardava di sottecchi, mi fece: “Businessman?”
“Gigolò” precisai, senza battere ciglio.

 (FRANCESCO TESTI)

“Un amore
reo di morte
innocente.”

 (FERNANDA ROMAGNOLI)

AL VIAGGIATORE IMMAGINARIO

(LA LIBRERIA)

Quando torno ad Arezzo sono poche le cose da fare, ma sono importanti. Mamma e Roberto (la trattoria), gli amici, certo e il Caffè Vasari, giusto per rassicurarmi che il mondo è sempre un bellissimo posto. Ammiccando ad una certa flanerie intellettuale (finché c’è vita c’è vacanza!) passeggio solitario per i vicoli del centro. E poi un salto in libreria.
L’ultima volta, a dir il vero, ho fatto il giro lungo. Sono passato da San Domenico, come trascinato da una forza inspiegabile. Prima di entrare, dei barboni m’hanno guardato di traverso, solo perché mangiavo una ciambella bella calda. Mi sentii improvvisamente in colpa e dopo qualche passo mi ritrovai in quella meravigliosa chiesa, di fronte al crocifisso del Cimabue, a pregare per loro: “Signore, che posso fare! La mia barca è così piccola e il tuo mare così grande…”. Devo ammettere che non è mia abitudine pregare, ma quegli sguardi iniettati d’invidia, m’avevano toccato nel profondo. Allora, mi sono ricordato di quand’ero piccolo ed il mio amico Lello aveva una governante a casa, che giocava con lui tutto il pomeriggio, mentre io stavo quasi sempre da solo. Crepavo anch’io d’invidia, da non dormirci la notte; non mi sembrava giusta, ecco, quell’enorme disparità tra noi. Ma un bel giorno, arrivò in mio soccorso un comandamento: non desiderare la donna d’altri, me lo stavano insegnando a dottrina. Riveduto e corretto, m’avrebbe messo l’anima in pace: non desiderare la donna di servizio d’altri!
Scherzi a parte, volevo aiutare davvero quei bisognosi, ma non sapevo come. Forse potrei fare l’accattore, pensai, declamando qualcosa in strada e dando il ricavato dell’elemosina a loro… Sì, mi sono detto, dopo qualche giorno ti romperesti le balle e arrafferesti tutto tu, alla faccia della buona volontà! Eh, sì, la mia cara indolenza avrebbe vinto su tutti i buoni propositi, un po’ per celia e un po’ per vera impotenza. Come quel mio amico ginecologo che, finita la lunga giornata di lavoro, faceva sempre di tutto per rinviare l’arrivo a casa dalla moglie: una volta era il traffico, un’altra volta una riunione, poi una cena di classe, un concerto di beneficenza e via, via, snocciolando un inventario di scuse pressoché senza fine, fino ad arrivare all’omosessualità.
Uscii dalla chiesa disgustato di me stesso. Intanto, mi aveva sorpreso l’imbrunire per strada e faceva un freddo cane. M’incantai a contemplare l’oscillare dei rami neri, quasi dei foulard, al vento gelido, davanti alle finestre illuminate; cominciai, al solito, ad immaginare mondi nascosti dietro quelle alte vetrate. Immaginare, immaginare… come un ricordo che tarda ad arrivare… Chissà da chi avrò preso questo gusto d’immaginare… In quell’istante, una mia amica giornalista mi è passata davanti, ridendo per avermi visto lì, imbambolato, a guardare in su. “Ho comprato il tuo libro!” ha sentenziato, aspettandosi un “Grazie!” o un “Mi fa molto piacere!” di puro compiacimento. Ma non ho detto niente e mi sono difeso con un sorriso: nell’aria si sentiva già profumo d’isterica. Ha girato i tacchi di scatto, come li avrebbe girati Barbara D’Urso, ed è scomparsa dietro ad un portone. Quella presenza televisiva aveva spoetizzato in un attimo tutto quel potente vespro, ma mi aveva anche rinfrescato la memoria: parlando del mio libro, m’aveva fatto tornare in mente la mia libreria preferita, da cui ancora non ero passato. Qual è, si fa presto a capirlo.
Ci si avvicina alle sue vetrine come ci si avvicina ad una galleria d’arte o ad un teatro sempre aperto, dalle scenografie sempre in mostra, tra Hopper, Magritte e un pizzico di Freud o addirittura di Bacon, se fa brutto tempo… Tutto trasuda poesia qui. E a proposito di POESIA, anche da fuori s’intravede quello scaffale omonimo e magico, dove, personalmente, ho scovato i libri più belli della mia vita. Se alla scuola del Piccolo Teatro ho iniziato a sognare di diventare un attore, alla libreria del Viaggiatore Immaginario ho iniziato a sognare di diventare uno scrittore. Qui ho acquistato per la prima volta un libro che non era prescritto dal programma scolastico ministeriale; sembra ieri: rapito dalla copertina, presi tra le mani (in realtà fu lui a prendermi) un tale Antal Szerb : “Il viaggiatore e il chiaro di luna”… Non ne sapevo niente, ma lo comprai subito. Un libro magnifico, nella cui atmosfera sarei letteralmente sprofondato. Da lì, la mania per Schnitzler, che sentii essere mio fratello gemello e così tutti gli altri, divorando, divorando, senza più fermarmi.
Entrate in questa libreria: è come entrare dentro se stessi. Come in una chiesetta di carta e inchiostro. Tra l’altro, ci si accorge appena entrati  che la cacciata dei mercanti dal tempio è già avvenuta: di nascosto, la notte, quando noi non c’eravamo.
Tutta quella bellezza, all’inizio, me la spiegavo così: dev’essere tutto quel legno, quell’ambiente raccolto, l’indubbia qualità dei libri esposti, la musica di sottofondo (quel jazz, quel Paolo Conte, quel pianoforte…). Alla fine mi sono rassegnato: è l’amore, non altro. L’amore del libraio per i libri, come un vero atto di fede.
Perdonate l’ovvietà di tutto lo scritto, non l’ho certo scoperta io questa libreria, considerata tra le più belle librerie d’Italia. Ma non ho saputo resistere: qualche giorno fa sono venuto a sapere che una mia poesia è esposta qui. Accanto, le fanno buona compagnia i versi di Rodari, Caproni e della Szymborska… Alla notizia sono quasi svenuto, come se m’avessero dato il Nobel! Lo so che può sembrare eccessivo, ma nessuno può sapere quante notti sono stato lì, con lo sguardo incollato a quelle vetrine, per leggere dentro quei quadri di carta, scorci d’infinito mistero. Adesso, in uno di quei quadri lunari, ci sono io!!!
Credetemi: il mio cuore è inondato dalla gioia e dalla fierezza. Sì, la mia autostima può vivere di rendita almeno per un po’…

Grazie Viaggiatore,
che il tuo viaggio sia per sempre
Immaginario.

 (FRANCESCO TESTI)

 “Niente ha più realtà del sogno.”
(ROBERTO VECCHIONI)

LO SNOB

Come il più incorreggibile degli evasori sentimentali, in un lampo sfoltii gli ospiti e li mandai tutti a casa, improvvisando una terribile emicrania. L’attimo dopo, mi ritrovai solo coi miei pensieri, nella sala silenziosa e deserta. Ma non avevo guardato bene: una presenza femminile si annidava in casa mia, lo percepivo sentendomi come osservato. Salendo al piano di sopra ne ebbi la conferma: Cristina era rimasta e mi aspettava sotto le coperte, sardonica. Come aveva fatto?! “Voglio il tuo corpo…” sussurrò piano. Ed io acconsentii. All’epoca ero single, infatti, ma in realtà c’aveva provato anche da fidanzato: mi telefonava da casa sua, in campagna, e mi diceva che era da sola, che non dovevo pensare a nulla e che potevo solo lasciarmi andare… In definitiva, m’invitava carinamente a bermi il cervello, porgendomi la cannuccia già macchiata di rossetto. Ed io l’avrei anche fatta volentieri quella bevuta, ma ogni volta, proprio mentre stavo per tirare il primo sorso, sentivo già i sintomi del più grande dopo sbornia della storia etilica. E poi, non so perché, ma nessun invito esplicitamente sessuale mi aveva mai veramente allettato: improvvisamente, sovrapponevo all’immagine della donna avvenente, quella di un’ambulanza con la scritta rossa TRASPORTO SANGUE. E così, me la sono cavata sempre con una scusa.
Cristina era una di quelle donne che ti crollano letteralmente addosso, perché non ne possono più della loro vita e così cercano il portiere di notte di turno perché non hanno la forza o il coraggio, vattelapesca, di farla finita: un’altra vittima del dovere, accidenti. Anni prima, m’aveva conosciuto a teatro, recitavo in uno spettacolo di Ionesco, e da allora era tutta invasata di me, credeva persino d’aver fatto l’amore con Dio, perché durante il mio monologo, diceva d’aver avuto orgasmi multipli. Poveretta, pensavo, mentre le baciavo i piedi controvoglia sul lettone di mia madre. Sì, perché è vero che il teatro è un’orgia spirituale, dove l’attore si fa o si dovrebbe fare messaggero divino dell’esistenza o per lo meno del nostro tempo, attraverso l’abbraccio metafisico col pubblico (divino anch’esso, ma silenzioso e occulto, una specie d’interprete freudiano gigante). Ma l’artista non è Dio! Di Dio, casomai, è l’ultimo dei bidelli, ammesso che possano esistere scuole a custodirlo. Insomma, se l’avessi incontrata adesso Cristina, le avrei regalato il disco di De Gregori, quello con la traccia “Guarda che non sono io”, tanto per essere onesti, tutto qui. Ma probabilmente, neanche questo le sarebbe bastato e avrebbe comunque cercato il mio ramo, tosto e robusto, giusto giusto per impiccarsi. Ed io non gliel’avrei mai impedito, per tutta una serie di motivi che non hanno niente a che fare con la fierezza che può provare un uomo quando trova (addirittura da lontano!) il punto G.
Eccoli elencati qui di seguito:
1-      Ognuno è libero di fare quello che vuole della propria vita (anche se la legge non è d’accordo).
2-      L’amore, insieme all’arte, è l’unica branca della follia ancora socialmente accettata, malgrado le discoteche elettroniche, l’impero dei reality-talk-talent show e il parlamento.
3-      Come dice Nietzsche, c’è un solo rimedio all’amore: riamare.
Per tutto questo e molto altro, l’avrei amata esattamente come voleva lei, così da imparare insieme che gioia e dolore sono la stessa cosa in fondo, e che un maestro non può proprio insegnare nulla, se non che non esistono maestri.
Così, lo confesso, tornai più volte sul luogo del delitto (a volte da carnefice, a volte da vittima) e mi tuffai e mi rituffai su quei meravigliosi glutei fuori formato. Ma il giorno seguente, iniziavano, come al solito, i consueti, laceranti sensi di colpa e cominciai a sperare con tutto me stesso di diventare invisibile. Invisibile, sì, sarebbe stato fantastico: la visibilità mi doveva essere assicurata solo per gli spettacoli o poco altro. Per il resto: non esistere, essere un puro spirito, ecco: invisibile! Nessuno mi avrebbe più riconosciuto per strada, nessuno avrebbe più subìto il mio fascino d’artista. Non sarei mai diventato famoso e, oggi come oggi, sarebbe stato solo un bene, dato che il termine, a parte le debite eccezioni, comincia a suonare stranamente offensivo. In più, avrei potuto perdere d’occhio i miei figli, senza sentirmi necessariamente un padre scellerato, avrei potuto ascoltare i commenti sinceri del pubblico all’uscita del teatro e non solo quelli entusiastici da camerino, sarei entrato nelle case per vedere le persone leggere il mio libro o guardare un mio video, sarei stato al mio funerale; avrei seguito Anna in farmacia, per vedere se ogni giorno me la racconta giusta e avrei visto le donne piangere o fare la pipì. Ma sì, in un certo senso, avrei vissuto da snob, lontano dal razzismo nascosto della società dell’immagine e sempre in capo al mondo, poiché solo da lassù si può capire davvero chi ci sta accanto, anche solo per potergli dire sottovoce che nella vita c’è modo e modo di sparire.
Ma la realtà era un’altra, ed io non sarei mai stato invisibile, se non in un film di Carpenter.
Con tutto ciò, ho scritto un discreto mea culpa, è vero. Ma mai per darla vinta alle femministe, mai per unirmi al coro e dire che l’utero è loro e che quindi se lo tengano, no: non ha mai senso buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Però è vero che millenni di maschilismo hanno inculcato in tante donne la sindrome del Padre nostro, non so come dire… Beh, né maschilista né femminista, dunque. Allora significa che sono qualunquista? In culo tutte le etichette, questo significa, direbbe, con surreale aplomb, Novecento. E si accenderebbe una sigaretta con l’arroganza del mondo a fargli da tabacco profumato, ricordandosi che in fondo, quando Prévert scriveva da eretico “Padre nostro che sei nei cieli, restaci!”, già pensava tra sé e sé: semel abbas, semper abbas…
E Cristina, che fine ha fatto Cristina? Sta bene, per fortuna, e si è sposata. Quest’estate l’ho rivista al Caffè con la sua amica sarda. Prima ci siamo messi a ridere e poi lei mi ha preso in disparte, dicendo “Scusa se esisto”, col suo solito vittimismo a buon mercato. “Che ci fai da queste parti?” ha continuato con voce hot, “Niente…” ho sbiascicato io, imbarazzato. “L’unica cosa rimasta da fare!” ha risposto caustica, facendosi, per un istante, portavoce del mondo. Era bello parlare con lei, anche se sapevo benissimo dove voleva andare a parare: cominciò, come sempre, a sciorinarmi un’allusione sessuale dopo l’altra, compresa quella sociopolitica per palati raffinati. Io facevo finta di ascoltarla, anche perché giuro che non c’ho mai capito un cazzo.
Meglio così.
(FRANCESCO TESTI)

 “L’arte non dovrebbe mai sforzarsi di essere popolare.
Sta al pubblico sforzarsi di essere artistico.”
(OSCAR WILDE)

 

FRANCESCO TESTI INCONTRA EUGENIA COLAPRETE

 Nel Febbraio scorso, subito dopo il mio spettacolo sull’Olocausto “Senza l’uomo”, venne a salutarmi una personcina graziosa e intelligente, dicendomi che la avevo emozionata profondamente, dal momento che il Nazifascismo lei, l’aveva vissuto davvero: la sua famiglia aveva rifugiato in casa propria centinaia di perseguitati, ebrei ma non solo, intellettuali scomodi, partigiani e così via. Non da ultimi certi tizi che si chiamavano Carlo Levi e Umberto Saba… Colpo di fulmine. Mi promisi di ricontattare la signora Eugenia  e di farle una bella intervista su quegli eventi così importanti della nostra storia. E così, la sera del 29 Ottobre 2014, mi sono recato al suo appartamento di Roma, con carta e penna e fotocamera. All’entrata, mi accoglievano, squisiti, lei, suo marito Carlo, e uno scaffale altissimo di libri antichi, molti dei quali con le dediche di un tale Ungaretti e un tale Montale: mi sembrava di essere in Paradiso. Dopo qualche imbarazzo di circostanza, siamo subito arrivati al dunque. Ecco qui di seguito la nostra chiacchierata:

F- Professoressa, potrebbe parlarmi  degli anni della Seconda Guerra Mondiale e di come li ha vissuti? So che ha vissuto in prima persona certi drammi e anche certi atti di resistenza…
E-Cosa posso dirle, le dico solo che in cantina, nella nostra casa a Firenze, in Via Degli Artisti al numero 15, avevamo le rotative del “Non mollare”, il primo giornale clandestino antifascista in Italia, quello dei fratelli Rosselli, per intenderci.. Non saprei dirle quanti ebrei salvammo in quella casa di Via Degli Artisti… Quella casa era perfetta per i rifugiati, aveva una posizione strategica incredibile, anche se vivevamo nel terrore di essere messi al muro da un momento all’altro: rischiavamo la pelle tutti i giorni.. Le bombe le sentivamo a pochi passi da noi.. Una volta, non me lo scorderò mai, ce ne scoppiò una in giardino. Verso sera arrivarono gli spettri..
F- Gli spettri?
E- Persone tutte bianche di calcinacci e intonaco, che si risvegliavano dalle macerie, mute, completamente stravolte… Agghiacciante.
F- Di che anno stiamo parlando esattamente?
E- 1943.
F- La prego, mi parli dei grandi intellettuali, dei grandi artisti che si rifugiarono in casa sua.
E- Ospitammo tanta di quella gente.. Raffaele De Grada, Gianfranco Corsini… Non dimenticherò mai gli occhi azzurri di Umberto Saba… Era così spaventato, tremava tutto poverino, sembrava un giovane vecchio. Quando ce lo portarono ci dissero: mi raccomando, questo è un poeta, è terrorizzato.. Carlo Levi invece era molto più tranquillo, schivo ma gentilissimo. Lui, anche se c’era il coprifuoco, usciva a cercar donne! Quando andò via, ci regalò quel quadro con le fragoline, per sdebitarsi, quello lassù…
F- Pazzesco…  Professoressa, avrebbe ancora qualche aneddoto di quel drammatico periodo?
E- Le posso parlare di Radio CORA… Mia sorella Nella lavorava lì, era la radio clandestina, quella importante per Giustizia E Libertà eccetera.. Insomma, un giorno, per una soffiata, i fascisti li hanno presi tutti, tutti tranne mia sorella, che era andata a rifornire i partigiani in Garfagnana, per fortuna. Furono trucidati sul monte Morello, dopo aver scavato la propria fossa… Oggi c’è un cippo in quel punto, coi loro nomi. E crescono i giaggioli lì intorno, i giaggioli di Radio CORA, come li chiamo io.. .
F- Grazie…  Come vi relazionavate alla Chiesa in quegli anni terribili?
E- Male… Passavano sotto silenzio le leggi razziali, mica scherzi! Gli ebrei per la Chiesa erano i deicidi, pensi un po’.. C’è voluto Paolo Sesto per abolire la preghiera che serviva a purificare i deicidi ebrei.. Però, devo dire la verità, la sera non vedevo l’ora di rifugiarmi in chiesa, dopo tutta quella paura, quella fatica.. a sentire quei bei canti gregoriani, che c’infondevano un po’ di pace nei cuori.
F- Potrebbe raccontarmi qualcosa su Primo Levi?
E- Primo lo conobbi molto dopo, a cena da amici. Erano gli anni de “La chiave a stella”, un libro che mi aveva incuriosito tanto. La mitezza di Primo Levi, quella è la cosa che più mi colpì di lui, questa figura così discreta e sensibile, in tutto onesta, trasparente. Mentre parlava si vedeva chiaramente che viveva costantemente con lo spettro di Auschwitz, costantemente. Non riusciva in nessun modo a perdonare il Nazismo e neppure lui stesso per essersi salvato! Difatti, appena lessi “I sommersi e i salvati”, dissi a mio marito: “Questo s’ammazza.” e di lì a poco…
F- Eugenia, ha vissuto tanti anni e tante storie incredibilmente importanti si sono intrecciate con la sua vita. Vedendo la società di oggi, cosa manca e cosa invece è stato conquistato, rispetto a ieri?
E- In due parole è sempre ridicolo ma.. Rispetto a ieri la cultura è di tutti, mentre prima era solo di una ristretta élite.. Come dice Papa Francesco, oggi è davvero possibile un dialogo tra le persone.
F- Finalmente sappiamo che non si discute per avere ragione, ma per comprendere, come diceva Borges..
E- Bravo, bravo!! Però è terribile per i nostri giovani. Abbiamo creato i nuovi schiavi, questa è la verità. Forse saranno stati 20 anni di Berlusconismo che c’hanno soffritto e impanato il cervello (complice la tv ovviamente). Oppure avremo frainteso il senso del progresso, perché, obiettivamente, questo non è un progresso sostenibile, non è umano..
F- E’ il turbocapitalismo alla Zanzotto.
E-Ecco. Zanzotto, altro grande poeta.. E come tutti i grandi poeti era un profeta, non solo un poeta, col suo mondo interiore spalancato..
F- Oltre al problema disoccupazione e alla crisi economica, si parla anche di “zombitudine”, di gioventù senz’anima.. Che ne pensa?
E- Altro grande problema: la spiritualità, di lei rimane poco, si è desertificato tutto. Causa? Edonismo e consumismo sfrenati. E poi l’omologazione: tutto si è livellato, sopravvive per miracolo l’idea di sacrificio, di coltivazione dell’anima, di creazione e salvaguardia dei legami del cuore… Ma bisogna essere ottimisti, ci sono anche persone come lei, d’altronde!
F- Troppo buona..  Beh, penso di avere abbastanza materiale per scrivere un bel libro!
Grazie di cuore professoressa, è stato un onore e un privilegio poter parlare di tutto questo con lei.

Faccio per alzarmi col mio taccuino in mano e le fragoline di Carlo Levi fanno capolino dall’alto, quasi a salutarmi. Quel quadro gliel’ha regalato per sdebitarsi dell’ospitalità, mi ha detto Eugenia.
Evidentemente Cristo non si è fermato soltanto a Eboli…

(In foto: Francesco Testi, Eugenia Colaprete e Carlo Ernesto Meriano)

 

 

 

 

 

 

 

 

MIRACOLO!

La mia prima volta non fu per niente divertente. Sudavo dentro e mi sembrava che un intero coro di voci bianche fosse continuamente in procinto di cantarmi addosso: avevo voglia di piangere. Il giorno dopo ero davvero poco fiero di me e andai a scuola con la coda fra le gambe. Mi chiusi in me stesso in maniera totale, non parlai con nessuno di quell’esperienza così deprimente e dolorosa, né coi miei genitori né coi miei amici più intimi. Di pomeriggio, andai a fare un giro in centro, aspettando che mi passasse quel mal di pancia che non mi molla un attimo quando non sto bene. Ricordo che era una splendida giornata d’Ottobre e in una città di provincia si fa presto a sentire nostalgia dell’Autunno, di quelle sere lunghe che inazzurrano l’occhio del cielo, graffiandoti tutto di malinconia prima di farti sentire l’anima che ti plana accanto, come una gigantesca, ma leggerissima foglia di platano.
Ero solo. Mi sedetti ad un Caffè e cominciai a scribacchiare qualcosa sull’accaduto e su quello che provavo adesso. Perché in fondo scrivere è un po’ come guardare fuori e fare eco al cuore; come quando a notte fonda riesci a sentire per tutta casa il ticchettio amniotico dell’orologio a muro di cucina: solo quel silenzio tombale può far vivere quel battito, che di giorno ignori completamente; oppure come quando ti addormenti a teatro, e dolcemente intravedi il sogno che abbraccia la parola, su un caldo letto di torpore.
“La sera Egli cambia la sua figura e il suo senso” mi disse d’un tratto una voce profonda, inserendosi a sproposito nei miei pensieri: era un vecchio vizioso seduto lì accanto, trasandato ma dal portamento molto elegante. Era una persona speciale, magnetica, lo capii subito dal suo sguardo rampicante, furtivo.
“Che stai a fare qui, è nei parchi che si va a meditare, non nei bar. Ma ci devi andare sempre poco prima che chiudano, altrimenti troverai solo maschi infoiati che corrono e femmine isteriche che parlano ai cani…”
In un attimo eravamo già entrati in confidenza. Quell’uomo sapeva parlarmi a cuore aperto di tutto quello che gli passava per la testa ed io, per parte mia, ascoltavo volentieri, quasi facendomi divorare da quella sua fame d’attenzione, che succhiava proprio come fa un vampiro con il sangue. Provavo un misto di curiosità e di tenerezza di fronte a quella strana figura, che non mi volle dire in nessun modo il suo nome. Mi guardava beffardo, un po’ poeta, un po’ barbogio (ma anche un po’ rottweiler, all’occorrenza).
“Che te ne frega, non te la prendere. Oggi tutti vanno a letto con tutti, non lo vedi? Da ragazzo anch’io ho fatto cilecca. E lei tutta tremante: “Ma non mi vuoi?!”, “E tu, ti vuoi?!” le ho risposto di botto! Non aveva niente da offrirmi, credimi. L’unica erezione che provo davvero è quella dell’opera d’arte. Per il resto danzo di nascosto e scopo il sesso dei luoghi, fuori dalle scuole, cittadino del mondo! Con me l’omologazione non solo non funziona, ma la fotto pure. La fotto, capisci, la fotto! Per questo mi chiamano Il Grande Impotente, perché per mettere incinta una donna non ho bisogno neanche di sfiorarla, mi basta uno sguardo. Un verso. Una parola.”
A quel punto scoppiai a ridere… era tutto assurdo.
“Parlo con te perché sei un ragazzo sensibile, si vede… Gli altri fanno schifo, l’ignoranza li porta via, dà retta a me.. La coscienza ha fatto il suo tempo, ragazzo mio. E il mondo vero si è trasformato in una favola, come scriveva Nietzsche.  E per noi è peggio di un lager, ecco cosa significa. Sono tutti ubriachi di materialismo, il più gretto e spicciolo che si possa immaginare… Per questo a volte mi diverto a pisciarmi addosso… Come faceva Battisti? In un mondo che/ non si fa il bidè/ scoreggiamo liberi/ io e te!!!”
Lì arrivarono le lacrime per le risate, quasi non riuscivo a respirare. “Ma ci sarà pure qualcosa di bello a questo mondo!” provai a replicare, coraggioso.
“In un’epoca dove tutto è cotto e mangiato, dove tutto è facile e immediato come arrotolare un calzino?! Dammi retta, la luce viene sempre da lontano… Vorrei, credimi, vorrei poterti dire che il mondo è un bel posto, ma non siamo in un film della Disney.
Sai cosa c’è di buono, però? Puoi sempre appoggiare un quadro di Hopper qui, sulla tua sedia, e andare tranquillamente in bagno, che tanto nessuno te lo prende… Tranne me, ovviamente.”
Lì ebbi un brivido. Perché la sua saggezza, per quanto sgangherata e febbrile, aveva trovato il modo di fregare il mondo. A conti fatti, avevo di fronte un mago e ne stavo mano a mano scoprendo i trucchi, i segreti più remoti e malandati, malaticci: le sue ferite.
“Per te l’arte è tecnica o invenzione?” azzardai l’intellettualismo per darmi un tono.
“O sei proprio scemo oppure non hai capito un cazzo dell’arte” mi fulminò. Poi si alzò e scomparve in una strada laterale. Ci rimasi secco, ero orgoglioso e permaloso anche allora. Ma poi mi rimboccai le maniche e cominciai, più ispirato di prima,  a scrivere la mia poesia in prosa. Era per Anna. Volevo chiederle scusa per la mia cilecca, per la mia emozione… Non volevo essere cinico e disincantato come Il Grande Impotente, però. Certo, in quel momento era forte la tentazione di parlare male di tutto il creato, ma per grazia divina resistetti.
Tornando a casa, un lamento lontano, tremendamente lontano mi spalancò il cuore e sentii l’anima aprirsi ai quattro venti. In più, ogni donna che mi guardava o che mi passava davanti, era Dio stesso che mi parlava e mi chiamava a sé con la sua grande bellezza, con o senza la coscienza di farlo. Ma tra tutte quelle divine creature avrei scelto Anna. Sì, perché è vero che la coscienza ha fatto il suo tempo, ma non per questo dobbiamo rassegnarci alla disperazione. E’ la Supercoscienza che ci aspetta tutti, belli e brutti, principi e ranocchi (e pure i più grandi bifolchi), per costruire insieme un mondo che davvero ci rappresenti e ci appartenga, in comunione (e non in invasione) col prossimo. Un mondo dove la poesia conti veramente più della storia e non per modo di dire; dove lavorare sia sinonimo di cambiare o nient’altro; dove diventeremo (resteremo?) fanciulli responsabili, perché stavolta nessuno potrà più dirci quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. E’ ora di togliere la tela dall’atelier e dipingere all’aperto, anche sotto la pioggia.  E’ ora di fare l’amore e non di parlarne soltanto. E’ ora di fare pace col mondo (anche senza bombardare a destra e a manca).
Insomma, è ora di pensare in alto.
E’ ora di tuffarsi su.
E’ ora di gridare al

 MIRACOLO

 Tu mi dai quel corpo
nel quale io posso finalmente
abbracciare me stesso
e in me stesso Dio
i paesaggi bruni e verdi
da cui sono fiorito
il sudore che non soffoca
il gelo che non assidera
tu mi dai quel corpo
nel quale io mi ritrovo
e prendendomi cura di me
mi prendo cura di te.

Per Anna
da Frà
per sempre

 

LA FAMIGLIA UMANA

Quella notte c’era qualcosa nell’aria. Lo sentivo perché il pianeta si muoveva più lentamente. Era una di quelle notti ventose, in cui le cime dei cipressi più vecchi scricchiolano e sembra che parlino di teatro o qualcosa di simile, mentre le zanzare vanno alla velocità della luce. Quella notte d’estate vagavo errabondo per le strade e tornando in camera, m’addormentavo sempre con la radio accesa, per sentirmi meno solo. Stavo male. La tournée era alla fine e quell’attrice, Barbaruta, m’aveva sedotto senza difficoltà. Credendo che si fosse innamorata di me, m’ero innamorato io di lei: come in Truffaut: riuscivo ad amare l’idea dell’amore, ma mai l’amore in sé. Avrei mentito anche tutta la vita, pur di avere una carezza o uno sguardo intriso di dolcezza, mi sarei dichiarato perfino figlio illegittimo del Papa, se ciò avesse esercitato un certo fascino; ma non mi sarei mai permesso di farlo, per portare a letto l’ingenua di turno. Lei sì, e ce l’aveva fatta. Forse aveva perso la testa per il mio corpo. Oppure aveva voluto soltanto divertirsi. Fatto sta, che gli ultimi spettacoli erano diventati un inferno per me: mi sentivo un colabrodo, ma dovevo a tutti i costi portare a termine il mandato. Oltretutto la produzione, con la scusa della crisi, ci sfruttava come maiali da soma o schiavi egizi. All’ultima data salutai il capo della baracca, guardandolo negli occhi con tutta la cupezza d’uno stregone nero: poco tempo dopo, venni a sapere che quella produzione era fallita.
Ancora oggi mi ricordo di quella tournée con angoscia, mi sembrava che il cielo stesso m’avesse rimosso, il cielo sul teatro, naturalmente. Per quella donna avevo conosciuto la paura dell’abbandono e dell’indifferenza, la paura paralizzante, quella del buio sotto le sottane. E’ come un lupo la paura: sente che la provi o che provi a non provarla (ma una cosa però non aveva messo in conto: passo dopo passo, avevo scoperto che non poteva accettare in nessun modo d’essere ignorata: avevo scoperto che aveva paura).
Mi vergogno a dirlo, ma sperai con tutto me stesso di non vedere più quell’attrice. Se oggi potessi tornare indietro, non esprimerei più desideri tanto perentori o definitivi. Infatti, quando seppi, dopo anni, che la ragazza era morta in circostanze alquanto strane, scoppiai in un pianto improvviso. Soffrivo di onnipotenza dei pensieri?! O semplicemente deliravo? I miei conati mentali sembravano schizzare via tutto il veleno d’una realtà congelata in partenza…
Come in un gioco di scatole cinesi, pensavo a tutto questo, mentre tornavo in albergo, attraversando Bolzano di notte, dopo la mia solita passeggiata al camposanto. In quel periodo la fortuna era dalla mia parte: le cose mi andavano piuttosto bene, col tempo avevo fatto tanti soldi da vivere di rendita almeno per un po’; sotto sotto ero un esaltato, sognavo una vita da artista maledetto, una dark star alla Carpenter o alla Polanski. Sì, gli spettri di quelle passate esperienze di sfruttamento (professionale e sentimentale) sembravano ormai svaniti, eppure quanta amarezza mi annebbiava ancora il cuore. Tra i palazzi ultramoderni di Bolzano, echeggiavano i miei passi d’attore terribilmente insicuro. E dietro di me già s’allungavano sconfinate ombre d’inchiostro. Le finestre intanto, effondevano un silenzio sospeso, solo in apparenza disabitato. Ora ero di fronte alla bottega del libraio matto, come la chiamavo io, una vecchia libreria trasandata, dove mi rifugiavo quando nevicava. Entravo e chiedevo informazioni sui libri solo per farlo sentire utile: era una persona più sola di me. Fu in quel momento che pensai intensamente alla famiglia: una comunità di uomini che si vogliono bene e, nei limiti del possibile, si danno la mano per cercare ciò che è giusto e continuare ad avere voglia di vivere. Allora non mi venne in mente la mia famiglia (che non c’era), ma quella dei Saccà, i miei vicini di casa di Arezzo. Da piccolo, quando non sopportavo più le ansie, le tensioni di casa mia, scappavo sempre da loro. Fabio e Susanna, i due capi, erano teneri e severi ad un tempo, mentre Matteo, Giorgia e Cecilia erano fratelli e sorelle che non sapevo di avere. Non so quale sia stato precisamente il mio contributo lì dentro, ma loro mi avrebbero sempre aiutato a prendere possesso di me stesso, tentando anche di cementare quel senso di responsabilità che, solitamente, viene del tutto naturale nei confronti della nostra stessa vita. Ho amato tanto questa famiglia, e l’amerò per sempre.
In questo senso, il teatro è venuto dopo. Finito il Liceo, disprezzavo ogni forma di lavoro e non volevo far niente che non riuscissi a fare con tutta l’anima. O del tutto vivo o del tutto morto, pensavo un po’ alla Michelstaedter. Allora credetti che fare teatro fosse l’unico modo che avevo di lavorare, ma mi sbagliavo: anche quel mondo era pieno d’insidie e mafiocrazie ad ogni livello, che col tempo m’avrebbero messo non poco in difficoltà, a volte anche su una gamba sola. Così, mi misi alla ricerca disperata di oasi felici, lontane da tutto quello schifo. E devo ammettere che le trovai. E’ lì che ho sentito di nuovo il miracolo dell’appartenenza. Famiglie di boyscout, poeti estinti e magnetici maestri d’arte, che disertavano ogni banalità col loro costante contrabbando: quello dello spirito. Fin da subito capii che non li avrei mai dimenticati. Compagnie sgangherate più che mai, ricchissime d’una vitalità pura e contraddittoria e per questo autentica, per questo indicibile. Non era solo questione di talento, ci univa il gran bisogno di uscire dagli schemi del quotidiano e dalla loro tacita oppressione, la sete di libertà che ci rendeva anarchici, la necessità di esprimerci e di sentirci unici che ci rendeva importanti. La natura che si ribellava alla plastica. In cuor nostro, sapevamo bene che tutto ciò non ci sarebbe mai stato perdonato dalla società e quindi riuscivamo senza troppi problemi a sopportare mancanze e precarietà di quel magico, seppur effimero, volo insieme. Mi ricordo di quel volo e le mie pagine si voltano da sole. Dirò di più, si leggono da sole.
Ero giunto all’albergo. In camera, mi raccucciai subito sotto le coperte, senza neanche togliermi vestiti e scarpe: volevo portare con me tutta la bellezza di quei pensieri. Prima d’addormentarmi, mi accorsi che un buco mi fissava dalla parete, una specie di crepa. Porca vacca, era inquietante, perché avevo la netta sensazione che qualcuno stesse osservando tutto da lì. Mi decisi ad alzarmi e a guardarci dentro, ma quella visione m’avrebbe sconvolto l’esistenza. Una gara podistica: io ero uno dei corridori e, chissà perché, partivo dal traguardo. Ma invece di star fermo dov’ero, m’ero messo in testa di fare il doppio del percorso degli altri, stremato e deriso. A conti fatti, correvo il rischio di perdere. E non solo la gara, ma la coscienza stessa che non aveva alcun senso. Mi stavo perdendo, insomma. Tornato a casa, ad Arezzo, avrei raccontato del buco alla psicologa, che in passato era riuscita a lenire una mia crisi depressiva. Mi disse che avevo una gran voglia di morire e mi consigliò un immediato trapianto di cervello.
Oggi riesco a ridere di quel buco come di tante altre mie paure. Eppure il cervello è sempre lo stesso. Anzi, sicuramente è più stanco e affaticato di prima, meno incline alla speranza. Sarà il mio sigaro a darmi sicurezza, a infondermi un po’ di coraggio, chi lo sa. Oppure Dio. O semplicemente il mio angelo custode… Dopo tutto, ho sempre avuto nostalgia, più o meno inconsciamente, certo, e a fasi alterne, di quella famiglia.

                                                                Dedicato

                                                                              a tutte le mie famiglie.

(FRANCESCO TESTI)

 

UNA VITA CONTEMPLATIVA

Quando non sopportavo più il loro chiacchiericcio, mi rintanavo nella mia cabina, manco avessi la lebbra, e dalle piccole imposte di legno guardavo fuori, senza mai essere visto ovviamente.
Era una cabina al secondo piano di uno stabilimento balneare sul mare di Viareggio, ma per me era un luogo come un altro, poteva essere anche Bali; fatto sta che passavo pomeriggi interi là dentro. Gli amici credevano che mi assentassi in bagno a masturbarmi, ma non era così.
Semplicemente guardavo fuori. C’erano miliardi di cose da osservare ed io volevo osservarle da una posizione privilegiata, senza necessariamente intrattenere relazioni di pura forma. Avrò avuto all’incirca 14-15 anni, ma già pensavo come un vecchio. Da quella postazione potevo vedere Denise, per esempio, sensuale e malinconica come il primo amore, che faceva la maliziosa coi ragazzi della spiaggia o spalmava olio e crema sul suo corpo bianco di luna… Ma niente è più sexy dell’intelletto, ed io già lo sapevo: la mia attenzione era sempre attirata da una strana figura, un vecchio professore in pensione, che ad un ombrellone in disparte, scriveva a getto continuo, fumando nervosamente un lungo toscano. Nelle giornate ventose potevo anche sentirle quelle folate di sigaro tormentato e potevo trovare, in quel profumo buonissimo, meraviglie di altre meraviglie, segni d’altri segni, parabole d’altre parabole, che spiegavano le ali alla mia immaginazione, fino a farmi capire per un istante la matematica del pensiero ritmico. Ero più che sicuro che in quelle pagine scritte a caldo, si nascondesse la chiave per aprire tutti i destini. In quei momenti ero avvolto da una forma d’estasi indicibile, solo perché sapevo che nessuno poteva vedermi, mentre io vedevo tutto. Tutto lo spettacolo d’arte varia ch’è l’umanità nella sua spontanea e, perché no, frivola messinscena quotidiana. Niente colpi di scena, quindi, solo corpi di scena, interessanti e protagonisti ognuno a suo modo, proprio perché naturali. Era la libidine dell’orgasmo psichico, una vita contemplativa intensa e, per quanto scostante, attivissima in senso spirituale. Quella sensazione di benessere era paragonabile soltanto a quei momenti d’oscuro piacere, che si provano nel fissare gli spazi siderali delle città d’inverno, dal chiuso della nostra stanza in penombra. Oppure a quel sentore di mare che avvertiamo improvvisamente nell’aria serale, camminando per le strade dell’entroterra: il mare è tutto nella nostra mente.
Mi sentivo superiore come un mistico o come un aviatore. E non me ne fregava niente del giudizio degli altri, che sicuramente mi consideravano un segaiolo o un bubbone di sapienza a buon mercato oppure ancora un disadattato, che non sapeva affrontare le paure e le difficoltà della vita sociale, nella sua (mal)celata animalità. Io avrei vissuto così, di nascosto, sempre dietro una finestra. Avrei detto al mondo chi ero, soltanto dagl’interstizi, avrei cambiato mille volte il mio passo e mistificato il mio calendario, solo per il gusto di farlo. Avrei vissuto a credito dell’ordinario, avrei fatto il buffone a tempo pieno pur restando timido e schivo in ogni frangente, avrei tradito ogni identità ed ogni fissazione, sarei stato poeta e sarei stato cialtrone, intellettuale e idiota, scemo del villaggio e vecchio saggio vestito di chiaro. Insomma, sarei stato un Attore.
Chi avesse voluto sapere davvero qualcosa di me (come spesso capitava anche al sottoscritto), avrebbe dovuto leggere in filigrana ogni mio comportamento, guardarmi in tralice, spingersi fin in fondo al corridoio buio e lì, leggere le mie poesie più nere. O semplicemente, avrebbe dovuto tradirmi fino al parossismo, mentire, mentire, mentire sempre e comunque, come solo una grande donna sa fare, gettare a mia insaputa un ponte di bugie bianche tra i miei spigoli segmentati, quasi un’ipotenusa della carità. Fino a strapparmi di dosso tutte le maschere possibili e scoprire, con orrore, il vuoto sotto di loro, ultima maschera anch’esso, e inespugnabile. Ma colmabile, forse, con quel succo di genio corrisposto, che è alla base di tutte le scoperte, sia che si tratti d’illusioni che di delusioni: l’Amore.

(FRANCESCO TESTI)

“Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito.”
(Giorgio Caproni)

 

E’ TORNATO MIO NONNO

Poi è tornato mio nonno e sono sceso a fare quattro passi. Con la sua vespina bianca da grande idraulico, siamo andati all’Anfiteatro Romano, a raccogliere i pinoli. Anche a mio nonno piace fumare e allora fumiamo di gusto, mentre le foglioline dei tigli applaudono. “E’ tutto un teatro per te” mi dice sornione. “Io invece sto sempre a pensare a dove passa l’acqua” mi fa, ma io non lo capisco. E i suoi occhi hanno tutto il cielo dei miei, solo che non riesco a spiegarmelo.
Ora è l’ora del silenzio: raccogliamo pinoli senza emettere più un suono. In quel silenzio, le pigne per terra sono solo un pretesto per sentire il sole e la pioggia appena caduta e tante altre cose buone. Mi sorprendo ad osservare le sue mani di gigante, irrigate da rughe profonde come calchi di scultore; penso a quanto lavorarono quando fu prigioniero dei tedeschi durante la guerra. Quest’uomo così buono e taciturno… Gli domando se ho fatto bene a raccontare l’Olocausto nel mio spettacolo, se è giusto dire cosa l’uomo è stato in grado di fare o se è meglio tacere certi orrori, che possono solo demoralizzare. Lui esita un poco, come se avesse il mal di denti. Poi, quasi ridendo: “Cerca solo di essere te stesso.” Ma questa frase, ricordo, l’aveva detta Beppe Arena, in un lampo di genio e d’affetto, a cena, durante una tournée, quando gli chiesi consigli per le audizioni… Mio nonno adesso scruta davanti a sé con lo sguardo in croce, come se lì di fronte si distendesse l’oceano.
“Scusami, ti ricordo brutte cose…” gli faccio.
“No, no, sono contento.”
“Contento?”
“Ora sono solo un ricordo.”
Uscendo lentamente dall’Anfiteatro, il vento mi porta in differita le parole che non ho percepito, quelle appena bisbigliate: “Contento, proprio contento sono stato, un sacco di volte nella vita, ma più di tutte quando mi hanno liberato in Germania, che mi sono messo a guardare una farfalla, senza la voglia di mangiarla.”
In realtà, è una frase pazzesca di Tonino Guerra.
E mio nonno Donato è morto da tanto tempo.
Con chi ho parlato allora? Perché sono qui da solo? Dov’è andato quel signore, che somigliava in tutto a mio nonno, tanto da scambiarlo per lui? E poi perché diceva frasi di altre persone? Era tutto nella mia mente malata o semplicemente nostalgica? Ho forse scoperto per la prima volta che tutto interesiste? E soprattutto, perché ne sto parlando al passato, non sarò morto anch’io?!? A questo punto mi viene da ridere e m’intenerisco per quel vaso di fiori variopinto che è la mia testa. Poi d’un tratto sento qualcuno chiamarmi da lontano e mi volto di scatto ma: nessuno.
“I morti tornano, finché non li dimentichiamo” (Arthur Schnitzler).

(FRANCESCO TESTI)

OGGI SI VOLA

Proprio come quando vidi per la prima volta una mia poesia venire alla luce, stampata, oggi mi commuove il volo farneticante dei passerotti intorno al mio tavolino, mentre mi faccio un caffè con qualche biscotto. I biscotti sono per loro ovviamente. I più sono spaventati, certo, e dopo aver spiluzzicato qualche briciola, subito s’involano alti tra i platani. Ma c’è anche qualche coraggioso, che si avventura fino a me, fino al mio dito, fissandomi con uno sguardo di polemica richiesta. Allora premio l’intrepido con un boccone più sostanzioso, sperando che anche gli altri vedano.

Il segreto della vita, a mio parere, è tutto qui. In questo naturale atto d’amore, quest’istinto quasi estinto, questa meravigliosa follia d’essere uccello.
Sono tutti intorno a me in quest’istante, i passerotti di Castel Sant’Angelo, a questo splendido caffè-libreria, dove ho trovato casa per un po’. Venite a trovarmi. Li guarderete anche voi e riderete insieme a me, quasi ci raccontassero storie divertentissime, di un umorismo che ha il sapore dell’Altrove. Furtivo rubo i loro momenti di festa e di allegria e mi ricordo l’imbarazzo e la ribellione; l’imbarazzo che provai quando, sempre a questo tavolo, un turista mi chiese qualcosa ed io, non avendo capito nulla di quello che aveva detto, risposi di riflesso: “I am japanese.”
La ribellione, quella che si mette in moto andando dappertutto come il vento, senza chiedere permesso a nessuno, senza documenti o targhe, senza identità. Che ebrezza! Come quella volta al posto di blocco, che l’agente, facendomi accostare la macchina, mi disse con fare da cowboy: “La cintura?” ed io: “Ho gli elasticizzati, grazie.” Lì sì, che sarei dovuto volare via, via per sempre, rivendicando il diritto al suicidio e allo scherzo. Dimenticando in volo quell’imponente testa di cazzo e fascista di cuore. Ma sono rimasto lì, come un babbeo, firmando pure quel verboso verbale. I passeri invece volano via tutti i giorni, giorni d’ozio e pappatoria, spiccano il volo e chi s’è visto s’è visto, non chiedono scusa per l’invidia che suscitano in te, comune essere umano.
Immagino che al mattino vedano i primi invisibili raggi del sole, ne percepiscano lontane parole e le sciolgano tutte in un verso. E poi scendano lievi a lavarsi gli occhi sulle acque di quel porto sepolto ch’è il Tevere e, se si tratta ancora d’acqua specchiante, s’aggiustino un poco il ciuffo, pensando con fierezza:
“Oggi si vola.”

(FRANCESCO TESTI)

ALLE MIE LACRIME

Da piccolo ero un’anima ribelle, volevo distinguermi a tutti i costi. Trattenevo le feci per ore oppure facevo cose di nascosto, immaginando avventure segrete da fare da solo o in compagnia dei miei amichetti. Mi sentivo importante così, speciale. Per esempio, salivo sul tetto nel cuore della notte o mi arrampicavo in cima a un albero o attraversavo la superstrada davanti casa fino al fiume profondo. Ma, a pensarci bene, la cosa che mi piaceva di più era intrufolarmi nel lettone con mia madre, specialmente nelle notti d’inverno, quando il vento sibilava in modo davvero strano, come se già fossero sul comodino i racconti di Lovecraft o di Stephen King. Era magnifico starle addosso sotto le coperte nelle notti di temporale, con la vecchia grondaia che gorgheggiava rumorosamente e la pioggia batteva forte sulla nostra finestra. Ero salvo.
Ho dormito con mia madre fino a diciassette anni.

Oggi, non è così diverso. Dormo aggrappato ad Anna tutte le notti e aspetto ancora i temporali, che mi fanno sentire unico e fortunato a potermi rifugiare da lei. Al mattino però, quando si separa da me per andare al lavoro, è sempre un piccolo shock. In un attimo mi sembra di non avere più niente, di non avere mai avuto niente. Come quando mio padre se ne andò per sempre da casa. Era l’alba ed io dormivo tra lui e mia madre. Stringevo fortissimo il braccio di mio padre e sognavo di tenere stretta una bambola o un peluche, non ricordo bene. Quando riuscì a sgusciare via, io arraffai prontamente il cuscino, pur di non disturbare o, ancora peggio, interrompere il sogno.

Stessa ansia d’abbandono con Anna: lei va via ed io abbraccio il cuscino. Ma il sogno è un altro. Stranamente sono io ad averla lasciata sola ed è lei ad avere bisogno di me, a cercarmi. Io intanto sono in un bellissimo prato, a cercar funghi. Quelli che trovo, un po’ li metto in tasca e un po’ li mangio. Anna è lì, seduta in mezzo a quel prato, nostalgica di me. O forse ha solo paura che mi perda. Comunque mi aspetta, sicura del mio ritorno. E’ solo questione di tempo, pensa. Ed io c’ho sempre creduto, ho sempre creduto di avere tempo. Tanto, se torno coi funghi o senza funghi a lei non interessa, penso. Allora, qualcosa di simile ad un pianto congelato si scioglie dentro di me, ma non comincia ancora a piovere, anzi, c’è un sole accecante per la verità. E Anna è lontana, ma è lì. C’è. Con la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua femminilità sconfinate e pure, a dare senso e forma alle mie lacrime.
(FRANCESCO TESTI)

NELLA MIA CITTA’

All’imbrunire torno in Piazza Grande.
Ed è un amore di tramonto che non si esaurisce mai, che porta i pensieri in alto. Vuoi per il silenzio che si respira, vuoi per i colori limpidi del cielo turchino a quest’ora, i colori dell’anima.Sono lì con gli occhi della mente, e sento la fontana zampillare forte e chiara. La piazza è quasi deserta, come sempre. Ma io sono lì, turista per casa, che leggo e scrivo nello stesso tempo, al tavolino del Caffè Vasari. Dietro l’abside della Pieve, scende lieve il sole, trasfigurando dalle antiche vetrate.
Per un attimo è l’alba.
Prendo coscienza di ogni bene e di ogni male del mondo con un sorriso, che sembra più una statua di marmo uscita dalla metafisica di De Chirico. Quante emozioni su quella sedia, quanti libri, quanta poesia. La mia casa è Piazza Grande. Voglio morire in Piazza Grande… Sorseggiando il sogno di diventare grande senza dimenticarmi mai di questi abbracci, che mano a mano divengono la tua carta d’identità, l’immagine interiore dello specchio.
Lì mi troverai adesso.
Nella mia città.
Accanto a parole e tenerezze trafugate. E in fretta. Scene che si ripetono infaticabili all’infinito, semplicemente perché sono tutta la tua vita. Ecco, vedi, là, dietro quelle case, ho fatto l’amore per la prima volta. Laggiù ho rubato un libro. Lì ho letto Pavese tutto il giorno con il mio amico carissimo. Sotto le logge ho incontrato un poeta. E qui, a questo caffè, mi sono innamorato, tutto intriso di vento e di luce, di un filippino.

 (FRANCESCO TESTI)

LASCIARE

Lasciare, lasciare
lasciare cadere
sommergere e salvare
lasciare le lacrime
lasciare le braccia
stancarsi e volare
dentro i cipressi notturni
dentro i cognomi del vento
Dio sta succedendo
Dio sta lasciando lasciare
Dio sta lasciando cadere
cadere, cadere
come gli amori, come le foglie
ho voglia di cadere
lasciare, lasciare andare
come l’anima a gambe storte
luce coatta di un giorno di notte
di una vita morta dal ridere
mani, mani legate e
cadute, cadute (e) (e)
lasciate cadere.

Io ti amo
e non lo so sapere
io ti lascio
e non posso lasciare
io mi amo
e mi lascio lasciare.

Io ti amo, Padre.

(FRANCESCO TESTI)

TESTI SU TESTI
FRANCESCO TESTI SU
“AUTOBIOGRAFIA IN VERSI”
(EDIZIONI HELICON)

DI FRANCESCO TESTI

La penso esattamente come Hesse, quando dice che la poesia, come la mitologia o le religioni, è un tentativo dell’umanità di esprimere in immagini e in suoni l’indicibile, che spesso tentiamo invano di spiegare razionalmente. E allora, se il mondo di oggi non ha più anima, come sosteneva Hillman, ma solo relazioni d’interesse e funzionalità produttiva, dando luogo ad una società disumanizzante e incapace di creare affetti o legami, allora, dicevo, è proprio adesso il momento della poesia, sogno innocente e favoloso alla Elitis, che con la sua purezza anarcoide redime o tenta di redimere un sistema alla deriva, allergico ormai a fedi, ideali o sentimenti, il cui unico viaggio possibile forse è già stato obliterato.

Albertazzi un giorno mi disse che si può chiamare poeta solo chi suona, soltanto chi si esprime in versi che sappiano emettere musica, la musica della parola che, per dirla con Neruda, è un’ala del silenzio. Tornato a casa, rilessi subito qualche mia poesia e mi accorsi che, seppur libere da metrica, rime o figure retoriche obbligatorie per compiacere premi e critici letterari, in esse traspirava una certa musicalità. Così mi feci coraggio e raccolsi le liriche che mi sembravano più degne d’essere pubblicate, vale a dire le più sentite, le più autentiche, e mi sorpresi a constatare uno sguardo dal respiro più ampio. Quel corpo poetico mi si presentava per la prima volta in tutta la sua disarmata e disarmante nudità e rappresentava in maniera del tutto autonoma e con naturalezza, la mia biografia intima, la mia vita interiore.

Brodskij ha scritto che le biografie dei poeti sono proprio come quelle degli uccelli: i dati vanno ricercati nei suoni che emettono. Per Brodskij la poesia è l’unica testimonianza del poeta, la prova indiscutibile e inattendibile che il sogno esiste e pulsa dentro il nostro stesso vivere, ed è un vangelo i cui versetti convertono prima l’autore che il lettore.

La mia “Autobiografia in versi” è piaciuta agli editori della Helicon, in particolar modo a Rodolfo Tommasi, che ama definirla un’opera di soggettivazione oltranzista, che si distingue cioè per l’urgenza di trasfigurarsi  attraverso gli eventi esterni, quella tendenza a sentire la storia con l’orecchio del cuore, quell’impulso a scrutare il fondo di sé durante il quotidiano ed a mostrarlo per intero. Una confessione, dunque, rivelatrice anche del più disperato squallore esistenziale, della lacerazione di una fantasia nauseata e dolorante. Questa malinconia di fondo può anche essere interpretata come una posa, il capriccio di un insicuro senso di superiorità narcisistico. Oppure come semplice male di vivere, chissà. Ad ogni modo, con tutte le sue contraddizioni, credo che il libro prenda sempre più le forme di un monologo lirico, una scrittura ad alta voce. Qualcosa che oscilla tra una pièce in versi e un autoritratto melodico dall’acustica psicologica, dove le voci magnetiche e magmatiche dell’inconscio vengono penetrate dagli echi prospettici del tempo in perpetuo divenire. E poi la follia del ricordo, l’epica rivoluzionaria della memoria.

Per chi ha creduto in questo libro, “Autobiografia in versi” sarà probabilmente tutto questo. Per altri sarà invece una raccolta di poesie del terzo mondo, visto la loro spontaneità retoricamente sgrammaticata. Perché no. Non saprei a chi dare ragione e a chi torto: l’anima non dà adito a etichette. E forse nemmeno a giudizi e a commenti come questo. Ma ho guardato nel suo abisso ed ho sentito tutta l’angoscia e la dolcezza del canto lontano.

“Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.” (D. Walcott)

 (Francesco Testi)

ALLA MANIERA DI FRANCO FEDELI
(Pensiero poetico)

Ho incontrato Franco mentre scrivevo la mia Autobiografia in versi e avevo voglia di morire in un caffè. Già, è vero, avevo già incontrato Franco molto tempo prima e debbo tra l’altro a quell’incontro in S. Ignazio la mia passione musicale per Satie. Ma all’epoca ci sfiorammo soltanto. Adesso invece, da un annetto ormai, Franco mi plasma e mi coltiva e mi dà nuova linfa e mi ispira con la generosità del maestro, che per me è già inno alla carità e alla fratellanza. Vorrei dare il Nobel a Franco, dire a chi ancora non lo sapesse che è un genio. E lo farò con questo mio pensiero poetico.
Quanta speranza e quanto sogno irradia Franco, anche solo nell’atto di dirigersi al suo studio sotto le Logge, passando su dal Prato: è Don Chisciotte che si allunga ad alti passi volanti sui deserti umani e disumani della Mancia. Vedere la sua cavalcata allampanata e zuppa di dolce follia è per me un grande sollievo… Amico, fratello!!!

Potrei parlare della sua straordinaria arte pittorica (e calligrafica), ma che senso avrebbe?  E’ Franco l’opera d’arte, è lui il quadro, che nessun collezionista potrà mai avere tutto per sé. Franco incarna l’ideale a cui ogni artista, oggi più di ieri, dovrebbe anelare: non creare più dei capolavori, ma essere dei capolavori, per dirla con Carmelo Bene. La sua è una figura solitaria e nobilmente anacronistica, è spaesato se gli parli di tecnologia o di tutto ciò che può essere impersonale e massificante e post-industriale, come se percepisse in anticipo lo smarrimento di un’umanità, che non ha seguito il vertiginoso sviluppo tecnico. Per lui l’arte non potrà mai essere ridotta a merce di consumo né a mera decorazione, da maneggiare nei ritagli di tempo. Tutta la sua vita è arte, sogno, poesia. Ed è sempre un po’ spettinato Franco… Deve aver corso sempre molto e molto veloce per sfuggire alla cecità del mondo. Franco… Ma chi è Franco? E da quale pianeta viene? E’ un UFO, si, un UFO camaleontico, che si traveste, all’occorrenza, da affabile conversatore del nulla, della lista della spesa, dell’ultima festa del tegame o di chi ha vinto la Giostra del Saracino. E intanto, millimetro dopo millimetro, cambia la prospettiva del suo interlocutore, lo incuriosisce, gli permette d’intuire dimensioni di possibilità, orizzonti nuovi, enigmi. Franco è davvero qui e altrove, come dice Fedeli.

Sono stato da poco a Mendrisio per vedere un’interessante mostra su Montale e De Pisis, sul loro rapporto tra poesia e pittura. Franco travalica quel rapporto, essendo egli stesso un poeta dato in prestito alla pittura e viceversa. Essendo il suo spirito la sostanza d’un verso colorato di un blu ineffabile. Ma per adesso Franco dipinge, per lo più. La sua poesia si esprime ancora attraverso le sue visioni diurne/notturne e i suoi viaggi allucinatori di grande impatto immaginifico. Da classico fuoriclasse alla John Carpenter, Franco si dà senza posa e continua incessantemente a costruire traghetti per l’infinito. E’ questa la sua “amorevole fatica” di vasariana memoria. L’anima di Franco abita proprio lì, sotto le Logge del Vasari ad Arezzo, al numero 7, appena un numero prima di salpare per l’infinito, appunto, che il numero 8 sta a significare, quando si distende e dorme e sogna. Sì, Franco ci aspetta ancora al 7, riesce ancora ad aspettarci! Certo avrà intuito le ragioni storiche di un tale tentativo di salvezza, di sensibilizzazione dell’uomo, ma prima ancora deve averle sentite con cuore aperto e predisposto ai miracoli dell’amore. Franco è un eletto, come tutti gli Artisti. C’è qualcosa di luminoso intorno al suo profilo e all’imbrunire, nell’ora blu, si può intravedere chiaramente. Mentre nel suo atelier dipinge sempre lo stesso dipinto, senza ripetersi mai, come direbbe Pasolini. Mentre entra nella tua vita in punta di piedi e vi soffia dentro un vento metafisico, denso di luce pura, di verità senza tempo, di schegge di fantasia acuta e di sguardi trasognati, che in lui sopravvivono con naturalezza fino a diventare linguaggio quotidiano, un linguaggio perduto (dimenticato?) da una società che vive e continua a vivere nella corsa all’oro, nell’agonia di un esilio da se stessa, che tuttavia non arriva mai neanche ad essere autentico esilio, con la sua carica vivificante di catarsi e successiva metamorfosi. In tutto questo mare di guai, in questa terribile catena di montaggio, in questa barbara torre di Babele, Franco è lì, con la libertà che lo possiede, stravagante e sorridente, stralunato e surreale, ad indicarci ancora una volta la via d’uscita. E il profumo dei suoi colori ci richiama per le strade del centro, come ci richiamerebbe il suono di un acchiappasogni da una finestra aperta d’estate.

E’ tornato il fresco vento serale e porta via l’afa e le zanzare.

E’ l’ora delle fate, dice Shakespeare.

 (Francesco Testi)

TUTTO QUELLO CHE VI PIACERA’

Alle audizioni di teatro incontro sempre tanta gente, attori e no, gente curiosa comunque. E mentre stiamo lì, in attesa del nostro turno, sembriamo tutti quanti amici, anche se non ci siamo mai visti e neanche vorremmo vederci in futuro, insomma, il solito discount quotidiano. Recentemente, a Roma, una regista d’una certa età legge sul mio curriculum che sono nato a Firenze. Ruffiana e spiazzante allo stesso tempo, vuole che le parli un po’ della mia Firenze. Esito. Mi blocco. Allungo un sorriso ben ammaestrato. Perché per me Firenze… Sì, ecco, la mia Firenze è via Tortaia. Via Tortaia 8, con quella magnolia gigante in giardino, che sgorga ombra dappertutto. E’ quella finestra sopra il garage, quella stanza buia di lontananza, in cui dormono le mie poesie e si risvegliano ogni mattino, al suono del bacio di una mamma rimasta sola. E’ il parco antistante, dove una volta ho sotterrato le mie scarpe da calcio e dove, nelle notti d’estate, corrono piccoli spettri, giocando a nascondino. E’ via Tortaia 4, in cui ancora sa aspettarmi un vecchio sgabello di legno, per sorseggiare tè e musica e amore. E’ una cameretta parcheggiata in via Eugenio Montale (l’immortale!), con affissi alle pareti le foto di Del Piero e degli U2, ma anche di “Anatol” di Arthur Schnitzler. E’ uno splendido teatro d’appartamento, in zona Trento Trieste, in cui recita l’infinito con tutti i suoi lunghi legami. E’ una grotta blu, sotto le logge del Vasari al numero 7, dove l’orecchio di Dio si apre alle voci del mondo, rendendole visibili.

Sì. La mia Firenze è Arezzo. La città in cui ho fatto l’amore per la prima volta. La città del silenzio in cui, a rifletterci bene, ho fatto davvero di tutto (tutto tranne sciare, quando nevica, in discesa per tutto corso Italia, facendo lo slalom tra gli stronzi). E adesso che vivo qui, a Roma, mi viene da dire che la mia Roma è Arezzo. Ma non posso. Devo riuscire in qualche modo a portare l’amore per Arezzo anche a Roma, sebbene non sia facile per uno come me, proprio no. Ma ci sto lavorando. La mattina, per esempio, quando esco per fare colazione, vado a leggermi il giornale a S. Pietro. E lì, tra le magnificenti colonne del Bernini, mi capita sempre più spesso d’imbattermi in un vecchio Caffè, con un cameriere sempre sorridente e gentile, che mi sa ascoltare qualunque cosa io m’inventi. E di fronte al mio caffè macchiato in tazza grande, piano piano, senza fretta, la grande piazza non è più un vasto mare. E’ l’oceano.

 

Dedicato a  (in ordine sparso)

 Donatella Righi, Annalisa Bianchi, Giulio Giannotti, Rachele Rubechi, Rossella Pugliano, Matteo Saccà, Giorgia Saccà, Cecilia Saccà, Fabio Maria Saccà, Susanna Sentinelli, Francesco Alberti, Lakis , Davide Alogna, Angela Calussi, Franco Fedeli, Giorgio del Caffè Vasari di Arezzo e tutti gli amici di Facebook.

 In ricordo di  

mio nonno Donato, mia nonna Iris, mia nonna Beatrice e del mio gatto Ponky, gli unici ad essere morti.

(Francesco Testi)

ATTORI SENZA UN PERCHE’ :

ANATOL

La trama de “Le nozze di Anatol” di Arthur Schnitzler, il più fortunato degli atti unici del ciclo “Anatol”, si svolge tutta nell’arco di una mattinata, quella in cui un giovane viennese, intorno al 1900, si prepara, piuttosto svogliato e con più di un problema da risolvere, ad andare al suo matrimonio, quasi fosse spettatore di se stesso. Poche ore di una giornata dunque, riassunte in un atto unico ricco tanto di equivoci per sorridere, quanto di ombre per inquietare. Una manciata di minuti, insomma. Eppure, saranno i racconti segreti ed intimi che Anatol confida a Max (tra una verità e una menzogna), saranno le fragilità che aleggiano per la scena, sarà quel senso d’infinitudine che la penna di Schnitzler elegantemente distribuisce sugli innumerevoli tratti della personalità dei personaggi, conferendo loro verità essenziali per scrutarne l’anima, sarà questo o sarà quell’altro, ma sembra che, più che una manciata di minuti, trascorra una vita, un’esistenza, l’esistenza. A Schnitzler d’altronde interessava soltanto questo : afferrare per un istante la vita ed immortalarla.

Da straordinario conoscitore della psiche umana, Schnitzler ritrae ogni personaggio come un attore, che recita la propria parte controvoglia, disfatto, come se si fosse deciso ad indossare la sua maschera senza un perché. Così, Anatol, Max e Ilona recitano la loro parte senza troppo crederci, tanto da arrivare alla fine dell’atto senza più avere in viso la brillante maschera iniziale, che è scivolata gradualmente a terra ed ha lasciato spazio a luci tenui, mondi al tramonto, vuoto, non-sens, buio.

Max (Giulio Giannotti) recita la parte del moralista (in realtà è il primo complice dell’amico Anatol) ; Ilona (Laura Cencini) quella della donna seducente ed ammaliante (cadrà in tutta la sua fragilità al primo soffio di vento) ; e Anatol (Francesco Testi), infine, interpreta il viveur viziato e libertino che si innamora di tutte le donne (la sua allegria megalomane è depressione mascherata). Fantocci che animano un nostalgico girotondo. Nostalgico, sì. Di un mondo forse già finito, da cui personaggi come Ralmen (Matteo Saccà) ed il padre di Anatol (Pierluigi Giannotti) traggono una specie di forza ammonitrice. Anche se, in verità, Schnitzler è ben lontano dall’ammonire o dal biasimare aspramente ; la sua onestà intellettuale infatti arriva a riconoscere che la critica alla società insita nella sua opera, non si risparmia neanche di colpire  se stesso. Di qui, il ritratto sognante di un’epoca che mescola, con sensibilità sapiente, i colori freddi del distacco a quelli caldi dell’attaccamento del Poeta verso un esistere inestimabile in quanto tale e sempre perdonabile in quanto segno del tempo.

 Dal programma di sala della stagione di prosa, Aprile 2007

(Francesco Testi)

L’IMPORTANZA DI CHE?
(Dedicato a Sergio Pisapia Fiore)

 Sergio all’ultima replica serale de “L’importanza di chiamarsi Ernest” di Oscar Wilde, ci dice dalla platea al palco, dove siamo noi attori, la verità su ciò che stiamo mettendo in scena da Ottobre: nessun personaggio possiede ironia, tanto meno autoironia; ogni singola battuta va detta, pertanto, credendo totalmente nel paradosso. Pazzo (nel senso più nobile del termine) ? Sadico? Masochista?

Ora, non dico che nessuno di noi abbia afferrato il personaggio, ma in tanti momenti brancoliamo un po’ nel buio… Perché darci la tanto agognata chiave di lettura alla fine di tutto (o quasi), perché?!? Forse sono troppo scemo per non pensarci su… ma mi sembra tutto qualcos’altro. Oppure è questo e qualcos’altro insieme, tanto per amare Pinter. Credo che Sergio ci abbia fatto un bel regalo di Natale, forse il più grande che ci potesse fare: il senso dell’esistere. O almeno una profonda riflessione sull’esistere, fatta da un artista così colmo e stracolmo di consistenza umana. Noi attori abbiamo cercato sempre di dare un senso alle nostre battute e quindi ai nostri personaggi, ma secondo me, chi più, chi meno, nessuno è riuscito a farlo pienamente. Tutti avremmo voluto parlare con l’Autore, chiedergli la sua verità a scanso di equivoci o approssimazioni. Quando la tournée\vita è alla fine, il regista\Dio ci svela l’arcano. Ora sappiamo finalmente come si vola, ma le nostre ali sono troppo stanche per affrontare un grande volo, magari una transoceanica, pensando a Lindbergh. Tanto vale provarci però. Questo sì, certo. E difatti nella replica di ieri io credo di essere decollato, ma portando con me un pesantissimo senso di arrendevolezza. Forse sarebbe stato mio dovere esser contento, cullato nella consapevolezza  che l’uomo ha dei limiti anche invalicabili. Ma come essere contento, come? Solo un perfetto idiota può accontentarsi di vivere senza capirci nulla…

Devo essere onesto (!), non ce la faccio più. E m’incazzo come una pera, cerco di ribellarmi a questa legge che sembra accomunarci tutti come tanti coglioni. Ma soccombo, almeno per ora.

Così è la vita. Questo ci ha detto Sergio? Che la vita la puoi capire solo alla fine? Ma che senso ha? Non ha senso capirne il senso alla fine. Allora è una battaglia persa in partenza? Oppure qualcuno ce la può fare, con umiltà, passione e sagacia, qualcuno che si sacrifichi a cercarlo intensamente potrà trovarlo prima della fine? Eppure io l’ho cercato, giuro che l’ho cercato, ma l’ho trovato solo per qualche istante, sempre che l’abbia trovato… Forse è vero che non è la mèta che conta, ma gl’ innumerevoli passaggi intermedi che contrassegnano il suo raggiungimento o soltanto il suo anelito. Forse la vita è tutta uno scherzo, per cui è stupido prendersela tanto a cuore. Forse è solo un gioco, in cui è più importante divertirsi che comprendere.

Forse Sergio ci ha dato un’interpretazione del teatro della vita e, in quanto tale, non può essere l’unica. Ma allora tutto è nulla, come disse Leopardi, e la vita non ha senso alcuno. E c’illudiamo costantemente di acciuffare la verità, ma si tratta solo della nostra versione della verità.

Un sogno dentro ad un sogno.

Un capolavoro incompiuto.

Una poesia da lontano.

Un amore perduto.

 Carrara, 24 Dicembre 2008

(Francesco Testi)

“DICONO DI ME”

 9 Maggio,  2013
Conferenza del PREMIO LETTERARIO TAGETE  sul libro
“AUTOBIOGRAFIA IN VERSI (1996-2011)”  di FRANCESCO TESTI
( Edizioni Helicon, 2011)

PRIMO INTERVENTO

 Il libro, prima raccolta poetica dell’Autore, comprende poesie scritte tra il 1996 e il 2011. Ognuna porta la data di composizione. Nel 1996 l’Autore aveva quindici anni.

Non credo che Testi, in questo rilevante arco di tempo, abbia scritto soltanto le poesie che compaiono nella raccolta. Ritengo piuttosto che egli ne abbia operato una buona selezione. Ed è un lavoro che ogni poeta prima di pubblicare un libro dovrebbe e deve fare, e che purtroppo non sempre compie con il dovuto distacco.

La raccolta è intitolata “Autobiografia in versi” e in essa l’Autore mette a nudo la propria anima. Si colloca nell’ambito della tradizione lirica: l’Io parla di sé, del mondo, di come esso gli appare, di come dal mondo si sente accarezzare o ferire e respingere.

Ogni testo è uno spiraglio che apre al lettore un aspetto dell’Io, il suo essere ed esistere, appassionato e inquieto, a volte contraddittorio e mutevole:

 (Lettura diFogliame autunnale”, pag. 20, con dedica: A Rachele).

 Il titolo del libro anticipa bene la varietà dei temi: i ricordi dell’infanzia, la poesia, l’amore, l’eros, la natura, con la sua bellezza e il suo mistero non sempre chiaramente avvertibile e sondabile, i genitori, i parenti; il teatro, che così grande parte ha nella vita dell’Autore:

 (Lettura di “Il cielo sul teatro”, pag. 18, con dedica: Al mio Piccolo Teatro).

 Altri temi: gli amici; la realtà che sfugge nelle sue implicazioni complesse e a volte distanti, di per sé o perché non corrispondono agli stati dell’anima.

A livello di macrotesto, la nota ricorrente è quella di una nostalgia pensosa, spesso espressa con tono crepuscolare, verso ciò che non è più; e di una malinconica constatazione di ciò che potrebbe essere, ma non è, di ciò che l’Io riesce e non riesce ad essere e a fare.

Sogno di una notte di mezzo invernorichiama, per il tono e alcuni versi, il Sergio Corazzini di “Desolazione del povero poeta sentimentale” della raccolta “Piccolo libro inutile”:

 (Lettura di “Sogno di una notte di mezzo inverno”, pag. 52).

 Altrove, come detto, aleggia la nostalgia per ciò che nella vita passa in modo irrimediabile, per tutto ciò che, irreversibilmente, si perde con il tempo:

 (Lettura di “Vent’anni”, pag. 22).

 C’è il senso degli istanti perduti, dei ricordi e delle situazioni che non sono più, e una visione della natura che ricorda gli addii, gli anni inesorabilmente trascorsi, la conclusione di cicli non soltanto temporali, ma esistenziali:

 (Lettura di “Novembre”, pag. 45).

 A volte, l’Io si accorge di qualcosa di speciale, di uno spiraglio in cui ciò che è negativo sembra rovesciarsi in positività, come se quella negatività sia stata in realtà un’attesa; allora le situazioni sembra si squadernino nei loro significati migliori, e questa ritrovata e rara armonia col tutto lo prende come alla sprovvista:

 (Lettura di “Metamorfosi”, pag. 47).

 Oppure il poeta è colpito intimamente da uno stupore improvviso, fermo e trasognato.

 (Lettura di “Questi moti”, pag. 49).

 Quella di Testi è una visione laica della vita, una visione sofferta, in cui l’Io talvolta, soprattutto nell’ultima parte della raccolta, è desolato, come se fosse senza i necessari punti di riferimento che possano lenire l’interna tensione che deriva dal constatare la complessità mutevole e spesso ostile del mondo.

Follia ci ricorda di nuovo un testo di Sergio Corazzini, questa volta “Invito”, che fa parte di “L’amaro calice”:

 (Lettura di “Follia”, pag. 24). 

 È l’angoscia, il malessere esistenziale di un Io che non riesce a scorgere la ragione delle cose, degli avvenimenti, che spesso gli appaiono avere una valenza caotica, casuale, e avversa. Solo la poesia può dare ali alla speranza o, almeno, può condurre ad un superamento interiore del reale.

E la delusione di fronte al mondo e alle persone porta all’invettiva civile e alla fuga, anche se silenziosa; come in Esilio, ultima poesia della raccolta:

 (Lettura di “Esilio”, pag. 76, con dedica: A Giovanni).

 Il verso è libero, e dunque vario per numero di sillabe.

Nella raccolta di Francesco Testi si avverte il lavoro di ricerca della parola e dell’espressione: con i loro significanti e significati, una parola e un’espressione, una metafora o una sinestesia sono più adatte di altre a rendere l’atmosfera, i sentimenti e la sfumatura di senso che l’Autore vuole comunicare così come li avverte dentro di sé. E questo lavoro di scelta, che è parte essenziale della poesia, lo aiuta anche a guardarsi dentro, a comprendere meglio il mondo e soprattutto se stesso, e a ‘vedere’ oltre.

La lingua è scarna ed essenziale, il dettato è fermo, inciso, spesso lapidario nella sua necessità interiore.

 (ALBERTO MANCINI, Presidente del Premio Tagete)

 SECONDO INTERVENTO

 Prima di tutto, vorrei dire che io sono un caro amico di Francesco. E lui, quando cammina per la città, che sia ad Arezzo o a Roma, lui porta la Poesia con sé. Francesco è poeta non solo quando scrive, insomma, ma anche quando si presenta a noi… perché… ha qualcosa che… affascina. Sarà il suo modo di fare, sarà la sua vita che mette in evidenza certi aspetti… non lo so. Però oltre a tutte le tematiche che avete sottolineato voi del Premio Tagete, questa è importante: affascina. Affascina proprio vederlo, parlarci… affascina sentirlo. E secondo me, questa è la mia impressione almeno, in lui c’è il vento dei grandi poeti francesi che io amo tanto… Apollinaire, Bréton, Aragon… poi l’altro… non mi viene in mente il nome… Eluard. Questi grandi poeti mi sono molto vicini e li sento in maniera particolare. Forse perché avevano dentro una tale libertà, una tale ispirazione interiore, una direzione altra, un dono innato, per cui creavano così, all’improvviso… e riuscivano a svelare lati dell’intimità difficili da carpire, tiravano fuori il lato più oscuro dell’uomo, in una chiave sempre personale e sempre diversa…

Ora, vorrei leggervi la sua poesia “L’oltreuomo”, che è diventata anche, se non mi sbaglio, un testo teatrale che Francesco ha portato in scena… Lui ha anche fondato, e io nel mio piccolo ho dato un contributo, diciamo così, ha fondato, dicevo, un Teatro da Camera, dove lui, in sostanza, invita persone che conosce e che non conosce, in questa casa di Roma, in quest’appartamento… e lui… interviene. Ha creato una cosa unica! Riesce a fare certe cose che… cioè, lui ha un teatro in casa! Ne avranno parlato anche tv e giornali… è anche questa una cosa che affascina. Sono pochissimi posti e ogni volta tante persone devono rinunciare oppure sono disposte ad assistere ai suoi interventi anche stipati in questa stanzetta… che è intima come l’atelier di un pittore… Lui, poi, come ho già detto, affascina anche solo con la presenza. Basta incontrarlo per essere subito tirati su. Pur avendo, anche lui, un mondo cupo e drammatico per certi versi, riesce comunque a trasmetterti sempre tanta speranza. E’ una persona splendida. Peccato che ora non ci sia!

 (Lettura di “L’oltreuomo”, pag. 63, con dedica: A Sergio Pisapia Fiore).

 (FRANCO FEDELI, Artista)

“In un famoso verso si chiede: “Che cos’è la poesia che non salva i popoli né le persone?” Rispondo citando Brodsky: “L’unica cosa che l’arte ci insegna è che la condizione umana è privata.” Ma ogni teoria, suppongo, è un’autobiografia.”

(SEAMUS HEANEY)

                   

VIAGGIO AL TERMINE DEL SISTEMA

Di recente, in trattoria, ho incontrato un’amica, che un tempo lavorava con me da Blockbuster. Come va, come stai… le solite chiacchiere. Poi, sapendo che ad Arezzo Blockbuster non c’è più, le domando se l’hanno spostata a lavorare a Firenze o in un’altra sede toscana. E lei: “Ma come, non lo sai! Blockbuster non esiste più, è fallita!  Ma sei proprio fuori dal mondo!?”. Sì, le avrei risposto con una punta di fierezza, ma poi ho lasciato perdere. Da quest’episodio, una valanga di ricordi.
Era il 2000, credo, quando entrai a lavorare come commesso da Blockbuster; era Giugno, mi sembra, e già ad Agosto mi avevano licenziato, pazzesco…
Ero pieno d’entusiasmo, all’inizio. Mi ricordo bene la grande voglia di condividere con tutti i clienti la mia passione per il cinema. Appena potevo, mi mettevo a dare consigli o semplicemente informazioni su di un determinato film o su di un certo Autore. Mi divertivo, ecco. Ma capii subito che non era così che si lavorava. La caposala, così la chiamavo, per i suoi zoccoloni da infermiera, mi redarguì fin dal primo giorno: “Non parlare mai coi clienti!”, mi disse perentoria, “Così perdi tempo e basta!”. Difatti, quello che dovevo fare era  soltanto mettere a posto i film sugli scaffali, battere i prezzi alla cassa e sistemare il magazzino delle noccioline. Forse per la prima volta nella mia vita, mi trovavo di fronte ad un lucchetto senza bici, ad un controsenso epocale. Non solo in quel modo l’arte del cinema si riduceva a fabbrica di caramelle, ma lo spettatore stesso diventava mero ingranaggio di quella fabbrica, io stesso lo diventavo: la catena di montaggio globale si spalancava davanti ai miei occhi di giovane sognatore. Era l’inferno. Guadagnavo qualche soldo, certo, ma al prezzo di dimenticare l’anima.
Verso Agosto, per fortuna, giocando a pallone con Rachele, mi ruppi una gamba. Così mi misi in malattia, ma quando mi mandarono l’INPS a casa per accertamenti, io ero ad un concerto di Luca Carboni… Mi licenziarono in tronco. Avrei dovuto brindare! Invece, paradossalmente, ero depresso per non avere più un lavoro, credevo di aver perduto tutto, perdendo Blockbuster. Allora, con la coda fra le gambe, m’inchiappettai da solo, come si dice, andando dalla caposala a chiederle una seconda possibilità. Mi accolse nel suo ufficio con aria di sufficienza e mi disse che io non ero adatto a quel genere di lavoro e, sbrigativamente, mi accompagnò alla porta, dicendomi beffarda: “Tanti auguri Francesco!”
Uscii di lì, piangendo come uno scemo, mi sembrava di essere escluso da tutti i giochi e da tutti i mercati, di non poter fare più nulla di buono in vita mia, di essere un fallito.
Oggi… Beh, oggi la penso diversamente. Era vero che non ero adatto a quel lavoro (secondo me, in fondo, nessuno lo è). Ma soprattutto, rispetto a quel tempo, per mia fortuna, so credere in me stesso. Oggi so che mi aspettano tanti teatri o tante pagine di diario da riempire, versi privati, che magari poi diventeranno di tutti. All’epoca, erano troppo lontane per vederle, le grandi, metafisiche tournée di Pisapia, le esistenziali, persuase estati con Plauto e Beppe Arena,  e tutti quei cortocircuiti poetici dell’anima innamorata e fremente, che la  scena sa liberare dentro e fuori di me, che sia uno spettacolo dal Papa, nell’atelier di un artista o dentro una camera da letto…
Ma prima di ogni altra cosa, oggi so che io valgo in quanto essere umano, anche senza lavoro o senza riconoscimenti vari. Anche se nella società dei consumi, dove persone e merci sono intercambiabili, è facile dimenticarsi.
E allora, tanti auguri Blockbuster! No, non vuole essere un regolamento di conti, per carità, il solito dente per dente…

Casomai, un dente perdente, come direbbe Albertazzi, ma di successo!

Dedicato

al compianto Fabio del Fotovideo di Arezzo e al video club Hollywood di Roma, per la passione per il cinema e per l’umanità,  che hanno saputo e che sanno trasmettermi.

(FRANCESCO TESTI)

 

La mia vita migliore

Amo questa donna da 14 anni, oggi. Sì, proprio oggi che è il mio onomastico e che si festeggia il Papa più amato al mondo. Un segno? E che dovrei dire, allora, porca l’oca, del nostro fidanzamento stipulato il 4 Ottobre 1999 dalla chiesa di San Francesco in Arezzo? Io che volevo baciarla in tutti i modi e sudavo freddo e lei, che continuava ad indicarmi il contratto. Stremato firmai, con la mia lingua che già intrecciava la sua…
14 anni sono una vita, lo so. Mi chiedono spesso: perché non la sposi? E’ bello sposarsi… Mi piacerebbe vestirmi da James Bond e cantare Carboni tutta la notte. Ma ho tanta paura di non essere all’altezza. Sì, mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiato, con meno capelli e con la pancia, sembro Homer. Mentre Anna… Anna è più bella che mai, come se fosse in una continua dolce attesa. Non è vanità la mia, se non di riflesso, sarà che sono stato traumatizzato da piccolo, quando mia madre piangeva perché ero brutto, bassetto e stempiato, con la testa allungata, tipo Alien. Poi crebbi, certo, e soprattutto la conquistai con la mia mente, la mia persona, il mio spirito, fisico e politico allo stesso tempo. Sì, ma il trauma resta, ed io ho tanto timore di sfigurare davanti a parenti e amici.
Forse è per questo che ho creato con Anna il Teatro Da Camera, l’ho già sposata così, a modo mio, sotto quei riflettori che mi fanno, paradossalmente, sentire tanto a mio agio. Su quel palco dove ancora sai benissimo cosa devi fare e lo fai, senza pensarci troppo. Mentre il cielo ti guarda e ogni colpo di vento è brezza marina se è tempo di fare l’amore o stormire di fronde se invece è ora di riposare.

Carissima,
dolcissima compagna di viaggio,
con te ho pianto e con te ho sorriso
con te ho sofferto e con te ho gioito
con te ho disperato e con te ho sperato.
Tu mi hai accolto dentro di te come una grande casa bianca.
Io ho cercato di arredarla con mobili antichi e strani quadri, storie.
Nel libro aperto della mia vita hai trovato solo Autunni e Inverni.
Ma nella loro nudità li hai sempre riscaldati e coperti col tuo cuore
nella grande impresa di tenerli in vita come una stupenda
Primavera degli orfani.
Carissima,
dicevo,
a te dedico
la mia vita migliore.

A Anna

Da Frà

 4 Ottobre 2013

 

 L’ANNO CHE VERRA’

Cammino da solo per le strade di Roma, sotto idee di pioggia e smog e penso a qualche buon proposito per il nuovo anno, mentre rimetto in tasca il cellulare. Mi ritrovo in un Caffè blu, immerso nella penombra, quasi un acquario. Mi siedo, ordino un caffè macchiato in tazza grande e subito il cameriere scompare nel nulla. Intorno a me altri tavoli fluttuanti, che parlano di cose per me di nessun interesse. Mi viene istintivo criticarli, ma poi mi dico che ognuno ha il suo modo d’incontrare l’anima, o di ridere sul fatto che ancora non l’ha trovata. Insignificanza. Da trent’anni la profezia di Orwell c’ha salvati dal portarla a compimento, penso. O forse si è già realizzata e la nostra coscienza si rifiuta di accettarlo. Clacson. S’è fatto buio. Ricordo le mie passeggiate solitarie per i vicoli silenziosi di Arezzo. Quanto mi piaceva aspettare l’accendersi dei primi lampioni della città vecchia, con un leggero sussulto di commozione vi sorridevo sopra. Ora s’è appena accesa davanti a me la magnificente cupola di San Pietro. Più le cose cambiano più restano le stesse. Come l’ingresso in casa: fin da piccolo mi piaceva rincasare all’imbrunire e trovare la casa deserta, tutta avvolta nel crepuscolo. Anche adesso entro e non accendo mai le luci, passeggio per i corridoi bui e le stanze vuote, ascoltando il suono dei miei passi e le ombre della sera si affusolano dentro i riflessi di qualche mobile, di qualche finestra. Improvvisamente. M’accorgo d’essere uscito per cercare mio padre. Me ne accorgo dalla mia andatura da vecchio signore borghese, divaricato sulla vita, da come tengo il sigaro, ostentando sicurezza. Infatti. Non è un bel cagnone mio padre, che mi attende ad ogni svincolo del centro, come nelle più belle fantasie di Tonino Guerra. Mio padre sono io, che non mi ritrovo nello specchio e nell’assurdità di ogni giudizio e di ogni pretesa, di ogni buon consiglio. Mio padre è un vecchio nemico e forse è Dio, quando non riesco a perdonarlo. Oppure è una vecchia paura, quella paura per cui ci si traveste e si va lontano, si scappa via, da nessuna parte o a puttane. Quella paura per cui non si ama anche se si è amati. Se non in rari momenti. Quando si parla e quando si scrive. Quando si piange e quando si ride. Purché con gli occhi della verità.
L’anno che verrà avrà in mente tutto questo. Come una responsabilità in più dentro una libertà già piena. Come un nuovo libro di poesie. Come una metafora nuziale, una parola romantica presa a prestito dal tempo, che generoso me l’ha concessa, ma che comunque dovrò restituire. Dentro. Dentro ogni gesto astratto, ogni talento trasfigurativo, ogni pensiero magico, ogni personaggio, ogni abito da indossare come una pelle nuova e antica, fioritura incessante di senso e luce. Primavera. Sento a quest’ora radici profonde come tradizioni o riti, che s’aggrappano fortissime alla pianta dei miei piedi, come una foto ricordo scattata nel futuro. Io vivo. E resisto. Io vivo con queste grandi valigie sulle spalle, con questa vertiginosa eredità. Perché il passato non passa mai, ad un certo punto. Ed è in quel punto esatto e diverso per ognuno, che ci scopriremo davvero liberi di scegliere se questo è un buon motivo per vivere o per morire. Rivelazione.

 

(FRANCESCO TESTI)

 

LA SPOSA POESIA

 Come in uno stato di grazia, dalla pubblicazione del mio primo libro di poesie, dal Novembre 2011 fino ad oggi, non ho fatto altro che scrivere. Dappertutto, sul diario, sui libri, sui giornali, sugli scontrini, sui copioni, sulla carta del pane, fino ad arrivare al cellulare, abbandonando il calamaio. Evidentemente, la pubblicazione deve avermi stappato come un vino, facendomi credere di più in me stesso e facendomi avere fiducia in ciò che scrivo, che ritenevo interessasse o piacesse soltanto a me, e in fondo, non ci sarebbe stato niente di male, intendiamoci. Ma, come dice non so chi, la felicità è solo mezza felicità, se non è condivisa. E poi carta canta, carta canta!!! Credi in te stesso, mi dicevano tutti quei lettori alle presentazioni del libro, scrivi cose che emozionano non solo te, che fanno riflettere non solo te, che fanno evocare non solo te! Voli, voli, voli dell’anima che ora preparo con molta più consapevolezza e solerzia, speranza. Grazie davvero, fratelli. In un altrove non troppo lontano (ma neppure presente però) un gattino miagola nel cortile del condominio e qualcuno, aprendo finalmente la finestra, lo fa salire su in casa con la sola forza della mente, semplicemente perché ha sentito che quel miagolio è la cosa più importante della sua vita. Fantasie, sì, fantasie, benedette o maledette che siano, nero su bianco pur di vedere un po’ di luce. Ebbene, non so la vostra, ma la mia fantasia alberga nei telefoni ultravisivi ed  è femmina di facili costumi, ma so che è così solo con me, in quanto perdutamente innamorata. Ha i capelli sempre al vento ed un rossetto naturale ai frutti di bosco. Gli occhi sono eternamente malinconici e persi nel vuoto, non so perché. Eppure sono occhi che folgorano di musica propria, come due laghi neri, in cui non vorrei far altro che tuffarmi e dolcemente annegare. E’ dolce, sì, dolcissima, ma anche decisa e determinata, sa benissimo quello che vuole da me e non ha bisogno di parole per dirmelo, perché mi fulmina col suo sguardo elettrico. E’ formosa, non lo nego. Eppure non posso mai vedere il suo seno, comunque nascosto. So anche di non poterle leccare l’ascella, troppo odorosa ed inebriante, pura estasi. Al dito anulare sinistro porta un anello invisibile. Le gambe sono frecce affusolate che mi stringono al suo corpo fino quasi a soffocarmi, graffiandomi la schiena. So con certezza che non ha mai avuto, né mai avrà, bisogno di andare in bagno. Quando accarezzo il suo culo, bianco di silenzio, mi viene voglia di mangiarlo tant’è bello e misericordioso, quasi salvezza per noi malati d’affluenza, come un campo di fiori d’alta montagna, dopo una pioggerella appena accennata. Libertà del paradiso, ed è solo per me! Ma, implacabile come una saetta, come il tuono della coscienza tardiva, arriva il ricatto. Le natiche come due guanciali si richiudono, si arricciano e s’imbronciano, s’indignano come un volto ieratico. Improvvisamente, avverto tutto il suo dolore, il suo sconforto di fanciulla altissima e sola. Capisco che se voglio ancora la sua devozione, la sua pietas sconfinata fino alla libidine, devo promettere. Promettere e mantenere. Ed io prometto, prometto e mantengo tutte le sante volte, sorpreso che me lo chieda ogni volta con la stessa insicurezza e lo stesso timore della prima volta. E le cito, per lusingarla, la rivoluzionaria frase di Baudelaire: “L’immaginazione è la sola vera sapienza”. Come se lei fosse la parte migliore di me, la forma più profonda di empatia, una tenerezza intima e un urlo di battaglia insieme, qualcosa di poco definibile che abbiamo definito arte e che è soltanto la vita interiore degli esseri umani.

Nel finale la rassicuro, ma è già visibilmente commossa (o almeno me lo fa credere):

“Ti prometto, Amore mio, che presto scriverò tutto questo.”

 (FRANCESCO TESTI)

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